2026 – Post verità // Prima parte

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Pioveva incessantemente da tre giorni. Il livello del Tevere era salito pericolosamente; il fiume che attraversava Roma era nero e impetuoso, il cielo era scuro e la mattina non si distingueva quasi più dalla sera. Il commissario Maria Elena Boschi, sul divano avvolta in una coperta di lana e illuminata dalla flebile luce di tre candele, leggeva un romanzo di Franzen. Sapeva che era rischioso leggere un romanzo americano, ora che il regime grillino aveva vietato ogni forma di lettura che non fosse costituita dai libri di Marco Travaglio. Durante una delle sue vecchie indagini, però, aveva scovato una vecchia Feltrinelli abbandonata ancora piena di libri, tra i quali anche una sua vecchia biografia di quando era ministro per le riforme e i rapporti con il parlamento; non l’aveva segnalata all’OVRAG, l’organizzazione per la vigilanza e la repressione dell’antigrillismo, come avrebbe dovuto fare. Un barlume di disubbidienza nella resa al nuovo ordine che vigeva in Italia.
Non le piaceva il mestiere che faceva. Ma era l’unico modo per sopravvivere ora che era stata costretta a rinnegare il suo passato e a giurare fedeltà al supremo duce Beppe Grillo. Molti suoi ex compagni se la passavano peggio, chi in carcere, chi in esilio in Islanda, chi chiuso in una stanza di due metri per tre circondato da enormi schermi che trasmettevano ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro i comizi di Alessandro Di Battista: il protocollo Raggi 2, lo avevano chiamato questo metodo persuasivo ispirato alla cura Ludovico di Arancia Meccanica. Lei era scampata alla tortura pervasiva, si era fatta furba e aveva subito rinnegato il Partito Democratico dopo la sconfitta alle elezioni del 2018. Si sentiva in colpa per questo, si sentiva una delatrice, una traditrice.
Ma se vuoi sopravvivere al male l’unico modo è farne parte.
La sua competenza in giurisprudenza l’aveva portata in Polizia ma il vero colpo di fortuna era stato essere assegnata alla Omicidi, la sezione meno politicizzata e quindi meno grillinizzata.
Quella sera, mentre alla luce delle candele leggeva Franzen, Maria Elena pensò al suo vecchio compagno di partito Matteo Renzi, chiuso in una lurida cella in mezzo a topi e blatte. Le si strinse la gola. Prima che gli occhi azzurri le si riempissero di lacrime squillò il telefono.
“Commissario, hanno trovato un cadavere nei pressi del museo del Grillismo.”
“Arrivo subito.”

Il museo del Grillismo era ciò che restava della vecchia sede del PD, al Nazareno. Un immobile riqualificato dal ministro della cultura Grillina, Paola Taverna, a museo celebrativo del Movimento 5 Stelle. Al suo interno erano esposti i cimeli della gloriosa storia del Movimento, dalla camicia sudata di Beppe Grillo indossata al suo primo spettacolo, quando ancora era Tele + a trasmettere i suoi monologhi, fino al casco indossato da Alessandro Di Battista durante il suo viaggio in moto per il No al referendum costituzionale del dicembre 2016, che aveva sancito la caduta del governo Renzi dopo mille giorni. Erano lontani i giorni di quella proposta di legge elettorale, lontane le lacrime che il commissario Boschi aveva versato per quella epocale bocciatura. Quello era successo una vita fa. Ora era una poliziotta.
“Commissario, buonasera.”, la salutò un agente andandole incontro con un ombrello con il logo del Movimento 5 Stelle. “Non vuole smettere di piovere, eh.”
“Già. Che è successo?”
“C’è un ragazzo a terra, vicino al portone del museo. Non gli abbiamo trovato documenti addosso. Non sappiamo ancora chi sia, ma ha la spilletta dei 5 stelle, forse è un militante.”
“Il medico legale è arrivato?”
“Sì, è di là.”
Il commissario Boschi prese l’ombrello e girò l’angolo verso l’ingresso del museo.
Il dottor Marino era chino sul corpo, mentre le pioggia continuava a scendere.
“Ciao Ignazio.”, fece lei tenendo gli occhi bassi e cercando di coprirlo con l’ombrello.
“Maria Elena.”, si limitò a dire lui. “Non fa niente, ormai mi sono bagnato.”
“Che mi sai dire per adesso?”
“Credo sia stato picchiato a morte. Ma saprò essere più preciso dopo l’autopsia. I tuoi non gli hanno trovato documenti addosso ma aveva questa spilletta dei 5stelle sulla giacca, era un militante del regime. A quanto pare non basta a difendersi dal male.”
“Già. Quando effettuerai l’autopsia?”
“Credo già stanotte. Non ho incombenze e come ben sai, con la legge Salvini bis, gli italiani hanno sempre la precedenza sugli immigrati, anche da morti.”
Il commissario Boschi annuì, stringendo le labbra.
Tra le tante cose che non riusciva a perdonarsi c’era l’aver appoggiato chi chiedeva le dimissioni di Marino da sindaco di Roma, anni prima. E vista la tensione che ogni volta c’era nello sguardo del medico, non l’aveva perdonata neanche lui.
“Immagino non ci siano testimoni, giusto?”, domandò il commissario Boschi all’agente.
“No, non c’era nessuno in giro.”
“Chi l’ha trovato?”
“Il custode del museo, mentre usciva.”

“Poche visite oggi?”
Il custode la guardò con sdegno. Molti intransigenti del Movimento non tolleravano che la polizia avesse accolto ex piddini tra le sue schiere e il custode doveva essere uno di quelli.
“Sicuramente è colpa della pioggia.”, si giustificò lui.
“Ma certo. Lei non ha visto niente di sospetto?”
“Sì.”
“Cosa?”
“Lei che indaga sulla morte di un nostro militante.”
Il commissario incassò senza controbattere.
“Lei è sicuro di non conoscere la vittima?”
“Si, sono sicuro. Ma aveva la spilletta, era uno di noi.”
“La spilletta ce l’abbiamo tutti.”, fece lei mostrando la sua.

“Aspettate disposizioni dal giudice, io me ne torno a casa. Ci vediamo domani in ufficio.”, salutò il commissario. L’agente la rincorse. “Sai già cosa devi fare, Bianconi.”, disse lei. “Devi scoprire chi è la vittima. Non possiamo più affidarci alle telecamere di sorveglianza da quando le hanno fatte rimuovere per il timore di essere spiati dai governi stranieri. Non credo che sarà un’indagine facile; oltretutto, se si trattava davvero di un militante, avremo gli occhi del governo centrale addosso.”
L’agente Bianconi annuì.
“A domani”, disse lei allontanandosi nel buio.

Continua…

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