I due volti di Pericle

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Nel bene e nel male, la democrazia è stata la trebisonda ideologica della civiltà occidentale sin dalla seconda metà del XVIII secolo. La controversa esperienza rivoluzionaria ne aveva perfettamente incarnato luci ed ombre: i neonati Stati Uniti d’America dimostravano per la prima volta la realizzabilità del modello democratico su ampia scala; in Francia, d’altra parte, il Terrore giacobino, dispotismo di una minoranza, rovesciava la libertà in disciplina e coercizione, risolvendo il singolo nella volontà generale e sovvertendo i principi nazionali in nome della stessa sovranità di cui si dichiarava depositario.

Il sistema democratico risulta essere quindi connaturato, sin dall’origine, ai suoi problemi. Alexis de Tocqueville, nella prima metà dell’Ottocento, di ritorno dal Nuovo Mondo, portava, tra il clamore di molti, spaccati di quella concreta vita di libertà ed uguaglianza al di là dell’Atlantico ed affermava l’ineluttabilità di un orizzonte che avrebbe ben presto visto coinvolti i paesi europei, che salutavano l’America democratica con diffidenza e molte riserve.

Il filosofo francese, figlio dell’aristocrazia che aveva vissuto sulla propria pelle la rivoluzione , analizzava il mito di quel fervore ugualitario di cui, ammoniva, la libertà non era necessariamente diretta conseguenza. Il pericolo, infatti, consisteva nella degenerazione dell’uguaglianza in massificazione ed omologazione, una “tirannia della maggioranza”, la conformazione del singolo al pensiero sociale dominante, sull’altare del quale l’individuo sacrificava l’autonomia della propria coscienza.

Il XX secolo introduceva l’uomo moderno ad una condizione di totale disorientamento: l’ideologia del progresso, fascinosa e pervasiva, periva sotto le rovine del primo grande conflitto mondiale e Dio era ormai da tempo morto sotto i colpi della martellante filosofia di Nietzsche. La tecnica rivelava il suo potenziale distruttivo, il mondo era spogliato dei suoi idoli, nudo nella sua completa mancanza di senso.

In questo contesto fortemente nichilistico, la democrazia mostrava il suo risvolto più paradossale: le elezioni democratiche italiane dei primi anni Venti e quelle federali tedesche, nove anni dopo, decretavano il successo dei partiti anti-sistema di estrema destra, favoriti dai metodi repressivi e para militaristici, ma consolidatisi, grazie ad una retorica fortemente populistico-demagogica, in un evidente contesto di consenso democratico. Servendosi della generalizzata necessità di certezze, la figura leaderistica dell’”uomo forte” emergeva dalle macerie del relativismo, travisando la concezione superomistica nietzschiana, costruendo sulla crisi dei valori delle vere e proprie religioni politiche.

L’esperienza totalitaria tedesca ed italiana evidenziava come, in determinati contesti storici, un processo democratico possa avere come risultato risvolti a sé insiti del tutto anti-democratici. Trasponendo questo concetto nell’attualità politica, dinamiche molto simili sono tuttora in corso nella Turchia di Erdoğan. Emblematico e paradossale è constatare come il popolo turco, in un contesto di comunque incerta regolarità della procedura democratica, abbia approvato il referendum tenutosi il 16 aprile 2017, garantendo un’ulteriore accentramento di potere a favore del “Sultano”.

Il fenomeno del populismo, oggi come non mai, è tornato alla ribalta nella sua forma più edulcorata istituzionalmente. Un periodo di diffuso disagio sociale e diffidenza nell’establishment partitico sta portando alla ribalta volti nuovi negli scacchieri delle politiche nazionali: una “nuova destra”, prepotentemente xenofobica, nazionalista ed anti-sistema, che cavalca sapientemente l’onda del malcontento, che solletica gli umori del popolo ed indirizza l’odio diffuso verso l’identificazione dello straniero come colpevole, capro espiatorio, assieme alla vecchia partitocrazia, delle difficoltà di un’intera nazione.

Il pericolo della degenerazione in una società sorretta da una retorica demagogica è tutt’altro che fantapolitica. Il propagandismo lusingatore che sta caratterizzando le campagne politiche degli ultimi tempi è il segno di una democrazia in affanno, governata e vissuta con la pancia e non con il cuore. Si sta lentamente perdendo il senso della realtà politica e di una storia che minaccia di ritornare. Anche Pericle aveva due volti.

 

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