Il caudillo nel suo labirinto

in L'altro occidente di

Nicolás Maduro è trincerato tra i suoi fedelissimi: balla, canta, sproloquia. Il PSUV e l’esercito – suoi ultimi alleati – resistono al suo fianco. Ma Miraflores, il palazzo presidenziale, sembra un labirinto senza via d’uscita.   Nel panorama sudamericano, il Venezuela è un’eccezione. Tutti gli altri paesi sono democrazie solide da circa trent’anni. Perù e Cile, che pure hanno conosciuto violenti dittature, votano partiti moderni, formano nuove coalizioni di governo, ampliano la sfera delle tutele sociali. Brasile e Argentina, nonostante i gravi problemi di corruzione, sono a pieno titolo membri del G20. Anche la Colombia ha archiviato definitivamente il problema delle narco-guerriglie. Ovunque generali e dittatori sono un lontano ricordo della Guerra Fredda.

La parabola di Nicolás Maduro è iniziata nel 2013. Quattro anni più tardi, il Venezuela è un paese sull’orlo della catastrofe. Politica, umanitaria, economica. L’ultimo erede della rivoluzione bolivariana è appeso a un filo. Un enorme vuoto lo divide dalla società e dal resto del mondo. Il regime sta tentando un ulteriore colpo di mano autoritario, mentre cresce la pressione internazionale. Sullo sfondo le strade di Caracas, Valencia e Maracaibo: da settimane terreno di battaglia tra gli oppositori – ormai in nettissima maggioranza – e i militari. L’idillio globale con il socialismo del secolo XXI è ormai in frantumi. Dall’Europa agli Stati Uniti, intellettuali, politici e simpatizzanti hanno progressivamente ammainato vecchie bandiere ideologiche. Gli alleati storici del chavismo sono fuori dai giochi: o ridimensionati dal contesto continentale (Correa, Morales), o azzoppati da inchieste giudiziari e dal consenso popolare (Rousseff, Kirchner). La Cina, ormai, non eroga più prestiti finanziari, Cuba non ha risorse da investire, Putin si sta limitando a dichiarazioni di protocollo. Da Rajoy alla Bachelet fino alla Mogherini, tutti chiedono la fine delle violenze e il ripristino delle libertà democratiche. Anche la chiesa locale è insorta contro la possibilità di una costituente farsa, con il papa che ha però scelto una linea eccessivamente attendista. Enti e organizzazioni internazionali – come Amnesty International – denunciano una inquietante escalation della violazione dei diritti umani: quasi quaranta morti dall’inizio degli scontri, circa 150 prigionieri, decina di migliaia di esuli. Nel frattempo, lo stesso Maduro ha annunciato l’uscita del proprio paese dall’Organizzazione degli Stati Americani, inasprendo il confronto diplomatico con la comunità internazionale.

Ad esclusione della parentesi di Marcos Pérez Jiménez, il Venezuela ha alle spalle una lunga tradizione democratica. Il ciclo rivoluzionario e contro-rivoluzionario degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso non attecchì neppure marginalmente. Mentre nuovi caudillos, giunte di militari e dittatori insanguinavano le Americhe dalle isole dei Caraibi alla Terra del Fuoco, Caracas sperimentava una moderna esperienza parlamentare, di stampo sostanzialmente democratico e moderatamente progressista. La svolta chavista del 1998 ha ribaltato tutti gli equilibri del paese. Gli iniziali entusiasmi, sostenuti da un contesto politico favorevole in tutto il continente (e non solo), si sono sopiti abbastanza presto. Povertà, fame e autoritarismo sono i lasciti più evidenti. Le marce e le proteste di questi giorni segneranno, probabilmente, il tramonto del socialismo del XXI secolo.

Il 6 maggio scorso, durante l’ennesimo sciopero, un gruppo di giovani ha abbattuto la statua di Hugo Chávez. Proprio come, anni fa, era accaduto con quelle di Saddam Hussein, Assad, Gheddafi. L’edificio del potere bolivariano, seppur ancora forte, non è più un granitico monolite. La marea popolare ha costretto ormai l’oligarchia al governo a un isolamento sempre più pericoloso. In uno dei suoi capolavori, Gabriel García Márquez raccontava gli ultimi giorni di vita del padre fondatore del Venezuela. Nelle pagine finali, di fronte a un paese dilaniato dalla guerra civile, si chiedeva: «Come farò a uscire da questo labirinto?». Erano quelli, i palpiti estremi di un mondo finito per sempre.

 

Se scavi in profondità, se arrivi davvero in fondo, se provi ad ascoltare anche solo con un orecchio, tutti hanno qualcosa da dire. Forse anche io.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*