Sugli altari una rossa bandiera

in Appunti cinefili di
Il comunismo nell’Italia cattolica

Don Camillo aveva ragione quando, respingendo le accuse rivolte a Peppone e compagni, diceva: “Ma se sono dei cari figlioli, timorati di Dio, di giorno bestemmiano per obbedire al partito ma di notte vengono a chiedere perdono a Dio piangendo”. Non poteva essere altrimenti, del resto, per l’ateo comunismo al confronto con il cattolicissimo popolo italiano, ancora prostrato dinnanzi agli altari a chiedere la grazia per le proprie sciagure, ancora genuflettente nelle sue laude e processioni, ancora velato e penitente la domenica mattina. Forse solo il grande genio di Guareschi, coperto dalla stola di don Camillo, era stato sfiorato dall’impressione che, nonostante tutto, il mondo dei cattolici e dei comunisti, in Italia, fosse lo stesso. Certo, tra le due facce di quel mondo c’era l’odio, la repressione, Scelba, la legge truffa, una scomunica, il piano Marshall eppure, a ben guardare, quel comunismo togliattiano ed italico, quell’esperienza nutrita di storie e pensieri millenari, quel popolo “arruffato e matto”, come qualcuno ebbe a dire, assomigliava ben poco alla grave ed ideologica austerità del Cominform ma, carico di passione, formulava i propri voti per San Carlo Marx, rivolgendosi a lui più o meno come ad un santo patrono. Paradossalmente proprio in quell’Italia dove la Chiesa e il comunismo si sfidarono per mezzo secolo i due mondi apparvero talvolta estremamente vicini nonostante le artificiose, elaborate ed ideologiche lacerazioni alimentate da segretari di partito ed artificieri della politica, da papi e predicatori, da intellettuali e Pepponi di campagna. Nella martoriata Italia del secondo dopoguerra, tra le macerie e la povertà, comunisti e cattolici si trovarono inconsapevolmente a lottare insieme, gli uni per il riscatto della classe proletaria e contadina, gli altri sospinti da quel “gli ultimi saranno i primi”, che fu forse l’utopia e la speranza responsabile del bimillenario successo popolare del cristianesimo. Don Lorenzo Milani scriveva all’amico comunista Pipetta “Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco”: nella secolare disputa delle idee, nella scacchiera infuocata della storia, il bianco e il rosso rispondevano con idoli diversi alle stesse domande. Non si tratta qui del marxismo che alla coscienza individuale sostituì la coscienza di massa, che al trascendentalismo cristiano preferì il materialismo storico, che urlò a gran voce “il comunismo abolisce le verità eterne, abolisce la religione, la morale”. Quel Marxismo consumò la propria acerba lotta contro il cristianesimo nei cavilli e nei labirinti della filosofia, nella teologia, nella speculazione, ma per le strade, tra i ciottoli e le rovine di un’Italia devastata la storia fu ben altra. Fu la storia di un popolo che chiedeva “l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo” come per due millenni aveva atteso il giorno in cui “Voi calpesterete gli empi, ridotti in cenere, sotto le piante dei vostri piedi” (Malachia 3,21), fu la storia di un popolo che chiedeva il riscatto degli ultimi come un tempo aveva recitato “Ma guai a voi o ricchi, guai a voi che siete sazi perché patirete la fame!” (Luca 6, 24-25). Non fu marxismo il comunismo italiano e mai avrebbe potuto esserlo. Quel comunismo periferico, popolare, viscerale trovò nella bandiera rossa una risposta laica alle stesse domande a cui per venti secoli aveva risposto Dio: le preghiere erano le stesse, solo gli idoli sugli altari erano cambiati.

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