I Democratori

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I tempi recenti, e in particolare l’anno 2016, possono essere chiamati a buon diritto i tempi dei democratori. Questo termine, già utilizzato in precedenza nel lessico giornalistico, descrive grosso modo i governanti di matrice populista che hanno preso il potere nei tempi recenti in parti diverse, e sorprendentemente eterogenee, del mondo “libero”.
Proviamo a individuare qualche tratto caratteristico di questi “democratori”:
1) Innanzitutto, portano nella loro persona un’immagine ben precisa, ossia quella dell’uomo forte, risolutore di problemi, dalle spalle ben larghe e coperte. Questa, che può apparire una banalità, stride in modo preponderante con l’immagine del politico presente nell’immaginario anche solo pochi anni fa. Insistiamo su questo punto, un simile identikit avrebbe solo vent’anni fa impattato nell’elettorato moderato in modo assai negativo, richiamando i fascismi e individuando un tale personaggio automaticamente un dittatore. Ora invece, tale presenza e aura “forte” emanata dal politico è simbolicamente assunta a simbolo di capacità politica.
2) Professano una politica economica-sociale contraddittoria. Non vi è un vero e proprio piano di risanamento/riforma dell’economia, ciò che propongono è di fatto un improbabile compromesso tra conservatorismo economico (e spesso anche anarchico/liberistico) e scarsa mobilità sociale. In breve, il neo-nazionalismo del democratore confida nella capacità dello Stato in questione di arricchirsi nell’economia mondiale non in collaborazione con altri Stati, ma a discapito degli altri.
In particolare, scellerati esempi di questo compromesso illusorio sono stati i cavalli di battaglia delle politiche pseudo isolazioniste della campagna elettorale di Trump, e dell’utopia neoliberista di Theresa May (il Regno Unito come una sorta di Hong Kong europea, con l’accesso garantito a pochi privilegiati).
3) La loro base elettorale. si dice spesso che essi sono eletti dai “delusi” della globalizzazione, ossia le classi ex-operaie che hanno subito gli effetti dei disinvestimenti nel settore secondario e la delocalizzazione. In realtà, individuare la principale base elettorale in questo profilo è fuorviante, e qui entra in gioco il termine “democratore” in tutta la sua potenza: il democratore riesce a conquistare le maggioranze facendo leva su altri fattori psicologici dell’individuo medio, quali a) l’incertezza nel futuro, sentendosi minacciato da entità non controllabili dagli stati; b) la difficile integrazione di minoranze che in troppo poco tempo hanno iniziato a far parte della popolazione di uno stato; c) la progressiva e stressante erosione delle protezioni sociali, che impaurisce anche i ceti benestanti, e non soltanto gli appartenenti ad una “delusa e tradita” classe operaia. In questo, il termine greco kratos, (forza, violenza), fa del democratore un soggetto in grado di forzare e condizionare un’opinione pubblica sempre più debole, confusa e frammentata.
Così facendo, torcendo la credibilità di mezzi di informazione vecchi e nuovi, svuotano di contenuti le formule chiave di una democrazia in salute: il concetto di sovranità coincide con quello di imperio, quello di volontà popolare coincide con mandato assoluto di esercizio del potere senza responsabilità politica.
E questo ultimo concetto, a ben vedere, costituisce un altro discrimine tra ciò che rende un governante democratore o meno: l’esercizio democratico del potere prevede, nella sua vera essenza, un delicato ed efficiente sistema di pesi e contrappesi all’esercizio del potere stesso, anche a discapito di quella che è la volontà popolare, soggetta ad asimmetrie informative e incapace di pianificare scelte a lungo termine. Il democratore invece, fa della “volontà popolare” la sua forza (kratos, appunto) per rompere o cercare di rompere il sistema di bilanciamenti giuridici e sociali che rendono funzionante la vita democratica.
E’ in effetti in questo senso, forse, che possiamo tristemente inserire nell’elenco di democratori anche Theresa May e i suoi ministri: anche se rappresentanti della democrazia più longeva della modernità, anche la retorica conservatrice degli ultimi anni fa passare anche da Londra il lungo filo che collega i vari Trump, Putin, Orban, Erdogan, Duterte, orizzonte del crepuscolo della politica democratica moderna.

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