2026 – Post verità // Seconda parte

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Il commissario Boschi, schivando le pozzanghere, cercava di tornare a casa nella scura notte romana. Quel ridicolo ombrello del Movimento, oggetto orgogliosamente e generosamente donato dal direttivo 5 stelle a tutti i cittadini italiani all’inizio dell’autunno, scintillava nel buio dei vicoli del centro storico. Era quasi arrivata quando, anziché girare a sinistra, si nascose in un vicoletto cieco sulla destra. Quando vide passare l’uomo che la stava seguendo gli si gettò addosso e lo spinse contro il muro.
“Che cazzo vuoi? Chi sei? È tutta la sera che mi segui.”
“Ahia, ahia, mi fai male! Sono io, sono Roberto.”
“Roberto chi?”
“Ahi, mi stai facendo male, diamine! Giachetti, Roberto Giachetti.”
Il commissario accese la torcia del telefono e la sparò in faccia all’uomo.
“Sei tu…”, disse sorpresa lei, lasciandolo andare. “Che ci fai qui? Perché mi stavi seguendo?”
“Ma dove hai imparato ‘sta violenza?”
Maria Elena non rispose.
“Sono tornato da qualche giorno, non so dove andare…”
“E segui me? Io sono una di loro, adesso. Lo sai.”
“Sì lo so, ma sei comunque l’unica persona con cui posso parlare senza finire torturato dall’OVRAG.”
“Dovresti essere in Islanda. Perché sei tornato?”
“Senti, non possiamo parlare altrove? Dobbiamo stare per forza sotto la pioggia?”

“Allora? Si può sapere che ci fai in Italia?”
“Perché siamo al buio?”, domandò Roberto Giachetti guardando la penombra della casa.
“Perché continui a non rispondermi?”, fece spazientita lei.
“Dimmi prima perché siamo al buio.”
“Perché abbiamo a disposizione un amperaggio basso e ci serve per ricaricare la batteria dei cellulari per poter leggere il blog.”
“Ma che stai dicendo?”, trasalì Giachetti. “Siete tutti matti, è una cosa senza senso!”
“Adesso funziona così. E abbassa la voce, se ci scoprono finiamo entrambi alla tortura di Stato.”, gli intimò lei. “Adesso vuoi dirmi perché sei qui? Come ti è venuto in mente di tornare?”
“In Islanda non posso guidare la moto.” Il commissario Boschi lo fulminò con lo sguardo. “D’accordo, faccio il serio. Ho un progetto: voglio liberare Matteo e cercare di riportare il PD…”
Maria Elena gli mise la mano davanti alla bocca. “Tu sei completamente fuori di testa. Tornatene in Islanda. L’Italia è un posto pericoloso per quelli come te.”
“Non voglio credere che tu sia diventata una grillina.”
“Siamo tutti grillini, adesso.”
Giachetti scosse la testa, con disappunto.
“Stanotte dormi qui, ma domani mattina te ne vai, Roberto. E aspetta che sia uscita io, non voglio finire nei guai per te.”
Mentre il commissario Boschi preparava il divano per il suo ex compagno di partito, Giachetti alla luce di una candela illuminò delle fotografie che erano su una cassettiera. Una di queste ritraeva Maria Elena sorridente accanto ad un uomo biondo con i capelli mossi dal vento.
“Chi è?”, domandò indicando la foto.
“Se fossi rimasto qui e avessi rinnegato il partito, saresti stato un perfetto inquisitore, Roberto. Non credi di fare un po’ troppe domande?”
“E dai. Un po’ di umanità, cazzo. Non ci vediamo da una vita e…”
“…e non avremmo dovuto vederci. Comunque è il mio fidanzato.”
“Fa il poliziotto anche lui?”
“Sì.”
“Era del PD anche lui?”
“Non si è mai interessato alla politica.”
“Ah ecco. Una persona di grande spessore, allora.”
“Lo è. Non interessarsi alla politica non equivale ad essere inferiori a chi lo fa. Comunque il divano è pronto, il bagno è di là, buon riposo e addio. Domani mattina uscirò molto presto, fai altrettanto e cerca di non dare nell’occhio.”
Giachetti aspettò che il commissario Boschi si chiudesse nella sua stanza, poi si sedette sul divano, mani sulle ginocchia. Fissò un punto, nella penombra della stanza. Si sforzò di non piangere. Era un uomo. Era ancora un piddino.

Il cielo si era schiarito e l’aria gelida del mattino distese il volto corrugato del commissario Boschi, che camminava a passo svelto verso l’istituto di Medicina Legale del policlinico. Prima di entrare in quella specie di anticamera dell’aldilà, fece un lungo e gelido respiro.
“Maria Elena”, disse senza espressione il dottor Marino.
“Novità?”, domandò lei ricambiando la freddezza.
“Confermo che il ragazzo è stato picchiato a morte”, rispose lui avvicinandosi al tavolo autoptico. “Ha ecchimosi un po’ dappertutto ma la causa della morte è da ricercarsi nei ripetuti colpi alla testa che hanno provocato una consistente emorragia cerebrale.”. Mentre lo disse, sollevò il lenzuolo e mostrò al commissario l’emorragia ormai coagulata sul cervello del ragazzo. Il commissario si voltò di scatto, in preda ad un conato di vomito. “Potevi avvisarmi.”
“Perché, ti fa ancora impressione?”, sogghignò il dottore. “Comunque, ho notato anche dei segni di calpestamento a livello dell’addome. Ho fatto delle foto. Voi avete scoperto l’identità del ragazzo?”
“Non ancora. Non c’è nessuna denuncia di scomparsa che possa corrispondere alla vittima.”
Il medico si diresse in un’altra stanza e accese una forte luce al neon. “Il bello di lavorare qui è che ho sempre la luce.”, commentò lui sorridendo. Poi indicò delle foto appese al muro. Sulla pelle bianchissima della vittima si notavano dei segni bluastri. “Sono i segni delle scarpe, vedi? Ho già inviato delle copie a quello che resta della scientifica, ma onestamente non ho bisogno di loro per capire che si tratta del segno di una marca che non c’è più in Italia.”
Il commissario lo guardò interessata.
“Qui da noi questa marca è stata ritirata un paio di anni fa e non solo dal commercio: passavano casa per casa a riprendersi le scarpe.”
“E perché?”
“Perché la suola della scarpa conteneva un polimero giudicato cancerogeno.”
“Giudicato da chi?”
“Dal blog.”
“Ah.”, si limitò a dire lei.
“Questo può voler dire solo una cosa.”
“Che l’assassino è un latitante del partito democratico. Oppure… qualcuno che è stato in esilio all’estero.”

Continua…

Prima parte: https://thesubwaywall.net/2017/05/16/2026-post-verita-parte/

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