Il populismo, e le sue radici

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Lo scorso 7 maggio abbiamo assistito alla vittoria del candidato centrista Emmanuel Macron, leader del movimento ‘En Marche’, contro la sua avversaria, Marine Le Pen, del Front National. Il risultato delle elezioni francesi non è però da interpretare come una sconfitta del partito dell’estrema destra, che ha infatti incassato quasi 5 milioni di voti in più rispetto alle presidenziali del 2012. Il risultato del Front National, come è ben noto, non è un episodio isolato, ma si accoda ad una serie di recenti avvenimenti: vedi l’uscita dall’Ue della Gran Bretagna e l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Ma non solo. Ultimamente, abbiamo assistito ad una incessante ascesa in Europa dei cosiddetti ‘partiti antisistema’, tutti, chi più chi meno, si servono di slogan e ideali fortemente populisti. Questo fenomeno non ha precedenti nella storia della politica recente: è un vortice che ha colto tutti di sorpresa. Come mai questo sentimento di rigetto nei confronti della classe dirigente è apparso proprio ora? Perché solo in Occidente? E, soprattutto, qual è la soluzione?

 I primi sentimenti ‘anti-establishment’ appaiono alcuni anni dopo l’inizio della crisi, quando a seguito di anni di rigorosa austerity le economie europee sono ancora stagnanti. Con i magri risultati delle misure keynesiane successivamente applicate per stimolare l’economia, il risentimento verso la classe politica cresce ancora. Insomma, incominciava ad essere chiaro che le classiche politiche di espansione economica non funzionavano più come un tempo. Ai problemi economici si aggiunge un’altra crisi esistenziale dell’occidente: come muoversi in un contesto internazionale ancora lacerato da sanguinose guerre, tensioni politiche e migrazioni di massa. Il populismo è un sintomo: non solo dell’assenza di risposte credibili ai problemi economici e sociali, ma anche, e soprattutto, della mancanza di prospettive per il futuro. La classe politica attuale non sembra in grado di orientare la bussola verso una meta.

Avessero chiesto ad un ragazzo vissuto negli anni ‘70-‘80 come si sarebbe immaginato il futuro, probabilmente avrebbe risposto che si immaginava uno scenario più ricco, machine volanti, pace nel mondo, magari pure un Europa più unita. Proviamo ora a porci la stessa domanda. In futuro staremo meglio? Forse. Nel mondo ci saranno meno guerre? Non credo. Vivremo in un’Europa più forte? Non saprei. Dal dopo guerra fino alla crisi del 2008, il pensiero ricorrente era che le generazioni future avrebbero vissuto meglio di quelle passate. Ciò ora non accade più.

I fenomeni politici recenti sono la conseguenza della mancanza di un progetto e di una meta, della totale assenza di una prospettiva per il futuro. Sembra che la società attuale non abbia nessun sogno da seguire, ragione per il quale spesso viene giocata la carta del ‘si stava meglio in passato’ (slogan come “make america great again” per Trump o “take back control” per la Brexit sono emblematici in tal senso). In passato, in realtà, non si stava meglio, si sapeva che la situazione in cui si viveva era in continuo miglioramento, si inseguiva il sogno della società del benessere. I nostri nonni ed i nostri genitori sono cresciuti con la convinzione che le generazioni future avrebbero vissuto meglio di loro, questa convinzione, nel mondo occidentale, è ora venuta meno.

Si potrebbe dire che la crescita di sentimenti ‘anti-sistema’ sia dovuta ad una classe politica disonesta, che non riesce a risolvere i problemi sociali ed economici che stiamo vivendo. Non è però così. Anche in passato si avevano politici disonesti, come si avevano le crisi economiche ed i problemi sociali. L’Italia della Prima Repubblica ha subito crisi finanziarie, economiche e monetarie, per non parlare di corruzione e terrorismo, nonostante ciò non è mai emersa una forza politica paragonabile a partiti come il Movimento 5 stelle o il Front National.

L’ascesa dei partiti ‘anti establishment’ è un fenomeno preoccupante. L’ultima volta nella storia che si ha esempio di questo fenomeno è con l’avvento dei regimi totalitaristici in Italia e Germania, anche essi frutto di una politica che non dava prospettive. Il compito che spetta alla nostra politica è quello di combattere i partiti del ‘contro’: contro l’Europa, contro la scienza, contro l’integrazione. Come? ridando un sogno da inseguire alla nostra società. Non importa che sogno sia, che si lotti per un paese più ecologico, più equo, più tecnologico o pacifico, basta che si imposti una meta sul navigatore. Lo smarrimento del mondo occidentale va superato. Continuando per compromessi e mezze vie non si fa altro che spianare la strada al potere all’ipocrisia e all’irragionevolezza. La politica deve farci tornare ad immaginare un futuro migliore del presente, non con formule economiche del secolo scorso ma con delle sfide nuove da affrontare.

 

 

 

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