Giuditta e Donald

in Stars and Stripes di

Durante la Presidenza Americana più discussa della storia, una donna decise, per amore della sua gente, di decapitare in uno studio fotografico il tiranno e mostrarne il capo mozzato (e di silicone) al mondo.

Lo so, per tutti, tranne forse per Alec Baldwin che l’ha difesa, Kathy Griffin è diventata il mostro, la fomentatrice d’odio e il trauma di poveri bambini. Mi schiero dalla sua parte!

La foto (opera del fotografo Tyler Shields) non è l’ennesimo esempio di squallido black humor o di umorismo shock per ritrovare una notorietà magari perduta; la foto vuole mandare un messaggio ben preciso, peccato che, un po’ anche per colpa dell’autrice, esso non sia arrivato a destinazione.

Nella foto, Griffin diventa una moderna Giuditta che mostra ai suoi concittadini la testa di chi ne minacciava la libertà.

Kathy Griffin sta molto semplicemente urlando, forse troppo forte, che Trump non ha ancora vinto. Giuditta è ancora in tempo per staccare la testa ad Oloferne: sessista, maschilista, razzista e incosciente padrone della Casa Bianca.

Il razzismo e il sessismo machista di Trump è nel suo sangue che cola verso l’osservatore; l’indignazione delle donne e degli uomini americani governati da quell’uomo è nella fierezza del viso di chi tiene quella testa. Il messaggio è crudo, crudissimo…al limite del sostenibile, ma in quella foto c’è tutta l’ostinazione a combattere l’oscurantismo trumpiano.

In quella foto non si uccide un Presidente e nemmeno si invita a farlo, si rifiuta un’idea che è ben più sanguinaria di quanto possa essere qualsiasi comica americana.

La famiglia Trump, scossa un po’ dalla foto e un po’ dalla, comprensibile, reazione emotiva del piccolo Barron, ha definito la foto “indecente ed inquietante”.

Indecenti sono le parole che Trump pronuncia quotidianamente sugli stranieri, sulle donne, sui neri e sui mussulmani; inquietante è il mondo che gli Stati Uniti stanno provando a consegnarci: un mondo devastato. Trump, da quando si è candidato, ha consegnato di sé e della sua politica immagini ben peggiori; quelle di un uomo che tiene in mano, invece che una testa, un mondo e un’America sanguinanti.

L’unico errore commesso dalla Griffin è stato quello di scusarsi. Non doveva farlo. La forza di quella foto è proprio nella sua irriverente e impressionante durezza, le scuse la svuotano di tutta la sua forza. Lei non si è comportata da comica, immagino non lo volesse nemmeno fare, si è comportata da artista critica verso un politico che ha fatto dell’odio e della violenza (verbale e non) la sua fortuna.

I cittadini americani hanno il diritto di manifestare, con l’arte come con le parole, la loro indignazione per la guerra che The Donald sta conducendo contro i diritti civili, la parità di genere e la protezione dell’ambiente. La foto è una protesta geniale e colta.

Ma tutti gli indignati si tranquillizzino, Oloferne è vivo e la sua vendetta è pronta ad abbattersi sulla rea Giuditta. S’apre la strada dell’esilio, lavorava per la CNN, ora non più e nessuno sa quando le porte del regno si riapriranno per lei; dopotutto c’è sempre un artista degenerato da cacciare.

Sigaretta o penna nella mia destra sono fiero del mio sognare e del mio scrivere. Sogno di cambiare il mondo, ma forse gli articoli, nel bene o nel male, me li scrive il gatto.

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