Paul Gauguin: l’arte di un’intimità perduta

in Appunti letterari di

Passeggiare per i luminosi grand boulevard della Parigi di fine Ottocento significava percorrere l’anima elettrica ed artificiosa di una città nuova, che parlava il linguaggio di una modernità indecifrabile, plasmato dai formali chiacchiericci borghesi che riecheggiavano sul frastuono delle macchine.

Il progresso si era rivelato forza centripeta capace di mascherare il volto cupo delle banlieue, rifugio di criminali, prostitute e poeti maledetti, indirizzando la capitale francese verso un nuovo orizzonte di identità. La Ville Lumière, che germogliava dall’humus della Grande Dépression era oramai alienata nella propria stucchevole appariscenza, nella grandiosa finzione di una maschera perfetta.

La Cité assisteva al pullulare degli Impressionisti che, appollaiati sull’Ile de la Grande Jatte o rintanati negli squallidi cafè di periferia, tentavano di catturare la potenza del colore del crepuscolo o il barlume di un riflesso di solitudine, cristallizzatosi sul vetro opaco di un bicchiere d’assenzio.

Era una Parigi diversa, immersa in una routinaria quotidianità, un contesto in cui l’arte di Paul Gauguin non avrebbe mai potuto trovare la propria dimensione. Anch’egli figlio dell’Impressionismo, portava nell’unicità della sua concezione artistica un’eredità indisciplinata ed autonoma, sospinta da una visione del reale che assumeva sempre più la forma ossessiva di una vera e propria necessità.

Si trattava di un’esigenza interiore di evasione da una realtà sempre più affettata, che aveva ormai perso la bussola della propria essenza, ormai incapace di sintonizzare il mondo con la parte più profonda ed autentica della coscienza. Ed ecco che Gauguin fa della propria opera un ritratto dislocato della propria soggettività: l’artista francese concepiva l’arte come indagine sulla sostanza del reale, una paradossale ricerca di un mezzo d’espressione dell’indicibile che riuscissea a raccontare la verità, oltre l’artificio umano.

Era l’alfabeto del linguaggio primitivo dell’emozione e dell’istinto, una dimensione metafisica, incomunicabile attraverso il mezzo, sia l’opera o la parola, ma percettibile nella sua grandiosa umanità.

Non potendo l’arte, seppur votata a questo tipo di ricerca, prescindere dal mezzo, la forma gauguiniana consiste nella fedeltà della forma rispetto al contenuto, una forma che si piega alla necessità di filtrare il meno possibile l’esperienza umana della percezione: una realtà rappresentata attraverso la coscienza, ad occhi il più possibile socchiusi.

Il desiderio di un ritorno all’essenzialità del fatto umano porterà l’artista francese a sbarcare, nel giugno del 1891, nell’isola polinesiana di Tahiti, con l’obiettivo di rappresentare la frugalità della vita degli indigeni che al meglio esaltava la concezione artistica di forma semplice e di colore metafisico, volta non tanto a rappresentare la realtà in quanto esperienza immediatamente visiva ma in quanto esperienza percettiva dell’essenza delle cose, processo che avrebbe fortemente risentito delle interferenze del modo moderno di vivere, nella Parigi a lui contemporanea.

Analizzare a posteriori l’esperienza artistica e soggettiva di Gauguin è leggere nella semplicità di un insegnamento umano, prima che artistico: l’inevitabile risvolto del progresso ha costruito un uomo abbandonatosi al fluire della modernità. La perdita di genuinità ha intaccato in modo significativo il rapporto con il mondo e più nello specifico quello con il prossimo: l’attuale società, basandosi su una forma di comunicazione filtrata all’inverosimile, non lascia spazio all’autenticità ma alla sua forma mediata e poco autentica, una socialità virtuale che cerca di rendere intelligibile una materia eterea e volatile come la profondità del legame intersoggettivo.

Degenerata in una sincope vuota della sua sussistenza, la società odierna poggia ormai su una catena di rapporti che non lascia spazio a nulla fuorché alla forma, al mezzo di comunicazione, all’illusione di essere in apparente interconnessione con il mondo, direttamente dalla comodità della nostra vera solitudine.

La semplice condivisione di un’esperienza reale è diventata ormai un avvenimento fuori dall’ordinario, uno strappo alla regola del mondo in cui il mezzo stesso sembra essere diventato l’unica forma possibile esperienza emotiva, conferendo all’intimità elettronica la spontaneità di un mondo che pare essere scandito dai battiti di tastiera.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*