2026 – Postverità // Quarta e ultima parte

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“Sono io che devo parlarti, invece.”, rispose il commissario Boschi spingendolo.
“Ancora con questa violenza, Maria Elena, stai calma.”
“Stai calma un cazzo.” Un’occhiata alle scarpe di Roberto Giachetti per avere la conferma di quello che temeva. “Hai ucciso tu il ragazzo fuori dal museo del Grillismo?”
“Ma di che stai parlando?”
“Ti rendi conto di quello che hai fatto?”, disse lei con gli occhi rossi. “Come hai fatto ad arrivare a tanto?”
“Ma di che cazzo stai parlando? Sarò anche piddino ma mica vado in giro ad ammazzare la gente, come ti viene in mente?”
“Sul corpo della vittima c’erano i segni delle tue scarpe.”
“E mica le porto solo io queste scarpe.”
“Certo che le porti solo tu. Il direttorio le ha fatte ritirare tutte anni fa perché contengono un polimero cancerogeno.”
“Non può essere, non è vero.” Giachetti stava iperventilando. Il commissario Boschi lo prese per il maglione infeltrito e lo strattonò. “Sto perdendo la pazienza, Roberto. Dimmi come sono andate le cose. Perché l’hai ammazzato? Aveva minacciato di denunciarti all’OVRAG?”
“Ma no! Non so di cosa stai parlando!”
Maria Elena tirò fuori dalla tasca del cappotto la foto della vittima e la sbatté in faccia a Giachetti che cambiò immediatamente espressione. “È stato ucciso? Oddio, no, non è possibile!”, fece sconvolto.
“Lo conoscevi?”
“È Joker.”
Il commissario gli assestò una ginocchiata nelle palle. “E io sono Catwoman. Non voglio essere presa per il culo, hai capito?”
“Joker è un nome in codice, non so il suo vero nome. “, rispose Giachetti contorcendosi dal dolore. “È un RP, un reduce piddino.” I cosiddetti reduci erano i piddini rimasti nell’ombra anche dopo la messa al bando del partito, latitanti non identificati che vivevano in un sottobosco metropolitano come dei topi di fogna. A Roma girava voce che si nascondessero nelle catacombe ormai chiuse al pubblico, ma nessuno li aveva ancora mai scoperti. “I nomi veri non si conoscono, fanno spionaggio per i piddini all’estero. È stato Joker a farmi rientrare clandestinamente in Italia.”
Il commissario Boschi si portò le mani in faccia. Se era vero quello che il piddino le stava dicendo, le cose cambiavano radicalmente.
“Aveva la spilla del M5S.”
“Impossibile.”
“E’ possibile, invece.” “Che dovevi dirmi?”, disse dopo il silenzio.
“Stando a come mi hai trattato non devo dirti proprio più un cazzo.”
“Vuoi che chiami l’OVRAG?”, lo minacciò lei.
“Sei cambiata, Maria Elena. Sei diventata come loro.”
Il commissario Boschi crollò sulle ginocchia, i palmi delle mani a terra, lo sguardo basso. Iniziò a piangere come non faceva da anni, come forse non faceva da quando era bambina. “Lo so”, singhiozzava, “Lo so. Non resta niente di me. Solo il nome.”
Delle nuvole scure e dense avevano iniziato a coprire il cielo di Roma, aiutate da quel vento anomalo, e freddo come il cuore degli uomini con cui aveva a che fare tutti i giorni. Non credeva a quanto fosse stato facile per lei modellarsi su quella nuova Italia, si stupì di quanto fosse stata indolore la sua abiura al PD, anni fa. Ma ora, davanti a Giachetti e a quella sua fede nel partito così salda e inscalfibile, tutto si era sbriciolato come un pacchetto di Tuc nella borsa.
Giachetti si inginocchiò, mise una mano sulla spalla del commissario Boschi.
“Devi sparire Roberto. Stanno cercando un piddino, lo stanno cercando tutti.”, disse lei.
Giachetti annuì, si rialzò, indossò un berretto scolorito. “Addio”, la salutò.
“Che dovevi dirmi?”, domandò tra le lacrime il commissario.
“Niente è importante, adesso.”, rispose lui correndo via.
Il commissario Boschi si asciugò le lacrime col dorso della mano. Si rialzò. Aveva lasciato andare il principale sospettato e aveva scoperto che la vittima non era un militante cinquestelle ma una spia piddina.
Doveva ricominciare tutto da capo.

Prese la macchina e uscì da quella Roma dall’aria isterica e psicotropa. Raggiunse il mare. L’inverno lo rendeva puro e feroce. Respirò profondamente.
La svegliò, ore dopo, il rumore cadenzato delle onde che si infrangevano sulla battigia. Si era addormentata appoggiata ad una barca rovesciata, come nel peggior film di Veronesi e questo la inquietò. Si rialzò, scrollandosi la sabbia di dosso.
“Boschi.”, si sentì chiamare.
La sagoma del premier Di Battista le si avvicinò, resa arancione dal sole che tramontava.
“Non ho sentito il telefono.”, subito si difese lei.
“Non ti ho chiamata, stai tranquilla Boschi.”
“E allora perché sei qui?”
Di Battista tirò fuori dalla tasca il cellulare. “Sono venuto a chiederti cosa significano queste.”, disse scorrendo sullo schermo una serie di foto che la ritraevano insieme a Giachetti, quella mattina. Il commissario Boschi trasalì. “T-te l’avrei detto, n-non è come pensi…”, balbettò.
“E cosa penso io?”, fece subdolo lui. “Che sei una spia? Che ci hai preso in giro tutto questo tempo?”
“No! Non è così!”
“Non farmi incazzare! Io ti ho dato fiducia tutti questi anni e tu mi ripaghi facendo fuggire l’assassino di un nostro militante?”, le urlò in faccia rosso di rabbia Di Battista.
“Lui non ha ucciso nessuno!”, replicò Maria Elena.
“Ti rendi conto che coprirlo è un reato gravissimo? Perché vuoi perdere tutto quello che hai?”
“La vittima non era un grillino!”
Di Battista cambiò espressione ma non era l’espressione che il commissario Boschi si sarebbe aspettata. Così continuò: “Era un piddino, una spia piddina. Ma non ti vedo così sorpreso, Alessandro.”
“Sono sorpreso, certo.”
“Non mi sembra. Come facevi a sapere che l’assassino indossava proprio quelle scarpe, eh? Lo sapevamo solo io e il dottor Marino. La scientifica non ha ancora consegnato alcun referto.”
“Ma che stai blaterando?”, fece lui in evidente difficoltà.
“La spilletta gliel’avete messa voi, vero?”
“Voi chi? Non fare la complottista…”
“Io? La complottista io?”, rideva istericamente il commissario Boschi. “È stato uno dei vostri a fare fuori Joker. Avevate scoperto quello che faceva, avevate scoperto che faceva entrare clandestinamente i piddini in esilio.”
Il premier Di Battista si mise le mani sui fianchi, rivolse lo sguardo altrove. “Io ti ho sempre difeso, Maria Elena, ma adesso… adesso mi metti in difficoltà.”
Uno di fronte all’altra, in balìa del vento. In balìa della verità.
Il commissario scosse la testa. “In difficoltà? Non è poi così difficile la verità. No?”

Tre candele bruciavano, la cera colava lentamente. La televisione trasmetteva il notiziario delle 20. Il direttore Marco Travaglio lesse la notizia: “È stato arrestato all’alba di questa mattina l’assassino, ovviamente un residuale piddino, del militante grillino brutalmente pestato a morte davanti al museo del Grillismo. Per questioni di sicurezza le autorità hanno deciso di tenere segreta la sua identità e noi ci fidiamo di Beppe. Il governo centrale cinquestelle ringrazia il dipartimento Omicidi per il prezioso lavoro svolto. Si tratta di un altro grande successo di questo governo democratico. Passiamo ora allo sport: l’Inter continua la sua discesa agli inferi…”
Le tre candele erano quasi alla fine. Il commissario Boschi, seduta sul divano, riprese in mano il libro di Franzen che stava leggendo qualche giorno prima. Non era poi così difficile, la verità, aveva pensato. Si era sbagliata. Era più facile e più funzionale costruirne una dal nulla. Una postverità.
Continuò a leggere Franzen, il suo barlume di disubbidienza nella resa al nuovo ordine.
Era una di loro, ormai.
Non restava niente di lei. Se non il nome.

FINE

Prima parte: https://thesubwaywall.net/2017/05/16/2026-post-verita-parte/

Seconda parte: https://thesubwaywall.net/2017/05/27/2026-post-verita-seconda-parte/

Terza parte: https://thesubwaywall.net/2017/06/03/2026-postverita-terza-parte/

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