Dove c’è welfare c’è casa

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Il progressivo indebolimento del sistema di welfare e la sempre maggiore presenza di stranieri che giungono nel nostro Paese hanno prodotto, nell’ultimo decennio, una peculiare legislazione regionale.

Dall’idea di stato sociale che doveva assistere tutti dalla culla alla tomba si è passati a un’idea di welfare “identitario”, rivolto solo ai membri della comunità. Così più di qualche regione ha limitato l’erogazione di certe prestazioni sociali (assegni famigliari, case popolari, borse di studio), permettendo l’accesso a tali benefici solo ai residenti in regione per un certo periodo di tempo, la c.d. residenza qualificata. Un tale criterio di selezione parte dall’assunto che solo chi vive e lavora nella comunità meriti l’aiuto da parte della stessa, lasciando gli “ultimi arrivati” fuori, siano essi stranieri o altri italiani.

L’ultima regione a muoversi in questa direzione è stata il Veneto nel 2017 (prima ci hanno provato la Lombardia, il Trentino, il Friuli, la Val d’Aosta), la quale ha modificato la legge 32 del 1990, stabilendo che, in ordine di priorità, hanno titolo di precedenza per l’accesso agli asili nido: i bambini disabili, i bambini figli di genitori che risiedono o che lavorano in regione da almeno quindici anni.

Molti commentatori negli anni passati hanno subito bollato siffatta legislazione come incostituzionale in quanto violerebbe il principio di uguaglianza ex art. 3 Cost.

Peccato che la Corte costituzionale non la pensi affatto così. Con una storica sentenza, la numero 222 del 2013, i giudici costituzionali hanno infatti affrontato la questione. Tutti si aspettavano che, al quesito se una legge del genere fosse costituzionale, la corte rispondesse con una sonora pernacchia, invece la risposta fu un inaspettato “dipende”.

La corte sostenne infatti che una regione può ben escludere certe persone da alcune prestazioni sociali, se queste ultime sono ricollegabili in qualche modo alla stabile integrazione del beneficiario in quella comunità: dunque la corte ammette il criterio della residenza qualificata per provvidenze legate alla famiglia quali per esempio canoni di locazione agevolati o assegni di sostegno (la famiglia è infatti un elemento di integrazione stabile), l’assegnazione della casa (bene durevole da assegnarsi alla fine di un percorso di integrazione), misure per la natalità.

Questa nuova tendenza legislativa può essere commentata sotto un duplice profilo.

Dal punto di vista tecnico-giuridico, potrebbe tornare in vita l’art. 5 Cost. che tutela le autonomie locali intese come comunità. Se le “comunità regionali” esistono e sono riconosciute a livello costituzionale, si potrebbe ammettere che queste ultime tutelino prima i propri membri e poi gli ospiti. Costruzione giuridica spregiudicata senza dubbio, ma plausibile. Non sarebbe la prima volta che una disposizione semidimenticata viene rispolverata con sviluppi inaspettati.

Altre considerazioni vanno fatte sul piano dell’opportunità politica. In un Paese affetto da un’ evasione fiscale mastodontica e da un’inefficienza cronica nella gestione delle risorse, è opportuno creare piccole enclavi di welfare? Facendo un paragone storico, se alla caduta dell’impero romano la reazione fu la creazione di castelli e la nascita di comunità autarchiche e isolate, in questi anni si sta assistendo al medesimo fenomeno sul piano del welfare.

Ormai si dà per assodato che uno stato centrale efficiente non potrà mai esistere, che più soldi per gli svantaggiati non arriveranno mai. Quindi ognuno per sé e Dio e per tutti al grido di “ho pochi soldi e quindi li do prima ai miei”.

L’incastellamento del welfare, la morte dello stato sociale. E, in tutto questo, la sinistra dov’è?

 

 

Laureato in giurisprudenza con una grande passione per l'attualità e l'analisi politica. Consumatore vorace di film, serie tv, libri e fumetti

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