Hunger

in Appunti cinefili di

Esistono vari modi per trattare lo stesso argomento. Si può analizzare sotto determinati aspetti, mettendo in luce gli elementi politici, le biografie di determinati personaggi ovvero il punto di vista di una fazione precisa. Si può anche inventare una storia di sana pianta per veicolare un messaggio, rendendolo magari, in questo modo, più comprensibile a tutti. Oppure è possibile prendere un caso reale e sbatterlo con tutta la sua violenza e la sua crudezza in faccia allo spettatore. Steve McQueen, in questo suo primo lungometraggio, ha scelto l’ultima opzione.

Hunger è ambientato, per quasi tutta la sua durata, nel carcere di Long Kesh, in Irlanda del Nord. In questa prigione si trovano una serie di terroristi legati all’Ira ,l’Esercito Repubblicano Irlandese. Un gruppo di questi carcerati decide d’intraprendere uno sciopero della fame, per vedersi riconosciuto lo status di prigionieri politici. Il loro portavoce, Bobby Sands, interpretato da Michael Fassbender, nel suo primo ruolo da protagonista, darà il via alla protesta.

A questo punto credo sia necessaria una piccola premessa: Per quanto la trama del film sia abbastanza lineare, per comprendere pienamente i comportamenti dei personaggi è necessario leggere almeno un libro che spieghi la situazione irlandese di quel periodo. Per esperienza personale posso consigliare le opere di Silvia Calamati, reporter italiana esperta di storia irlandese. Senza conoscere le cause del conflitto la visione di questa opera potrebbe risultare noiosa o incomprensibile.

Il film è costruito su lunghi piani sequenza, alcuni dei quali superano anche il quarto d’ora. Proprio a causa di questa scelta artistica il film può risultare di difficile visione. Durante le scene violente, principalmente basate sulle torture della polizia nei confronti dei detenuti, non è risparmiato nulla in termini visivi. Questa violenza scenica prolungata per parecchi minuti senza alcuno stacco può mettere a dura prova anche lo stomaco più forte.  La stessa alternanza tra piani sequenza violenti e dialoghi molto lunghi non fa altro che aumentare il disagio dello spettatore, invece che permettergli di riprendersi dalle torture fisiche e psicologiche mostrate precedentemente.

L’elemento di continuità tra ogni scena è il carcere, vero protagonista della pellicola. I muri sporchi di feci, la ruggine delle sbarre, i rumori degli stivali dei poliziotti accompagnano ogni scena, ricordando allo spettatore che, anche quando la violenza non è mostrata direttamente è comunque in agguato, come una presenza che infesta una casa in un racconto degli orrori. In Hunger viene mostrata in tutta la sua crudeltà la vita del carcere duro, la disumanizzazione dei prigionieri così come il quotidiano passaggio dei secondini tra una normale vita famigliare, con mogli e genitori anziani da accudire, e un ambiente folle e irreale, quale può diventare una prigione.

Il merito di certe opere è quello di trascendere dal contesto storico, veicolando messaggi universalmente comprensibili, indipendentemente dal periodo in cui si vive. Hunger è una di queste. McQueen riesce a creare un film di denuncia, che potrebbe permettere a molta gente di comprendere o quanto meno venire a conoscenza di un conflitto spesso declassato a semplice battaglia religiosa, ma allo stesso tempo porta lo spettatore ad interrogarsi su molte delle sue convinzioni. E’ impossibile, terminata la visione, non ragionare sui propri concetti di giustizia, sul limite che deve passare tra la punizione e la vendetta di Stato, sull’utilità di certi tipi di repressione e sulla differenza tra le varie tipologie di criminali.

Film di questo tipo sono rari, e spaventano i consumatori, non tanto per la violenza fisica a cui possono assistere, quanto per la violenza mentale che subiscono. Ma è necessario superare questa paura e riuscire a farsi picchiare e torturare, così da uscirne più forti e consapevoli che questa sofferenza, che noi abbiamo provata solo virtualmente, altri, ogni giorno, la provano sulla propria pelle.

Sono appassionato di cinema, letteratura e politica. In poche parole non mi piace uscire ma detto così pareva meno brutto.

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