Capitolo 1 – Le due città

in La sottile linea rossa - Diario di un piddino di

È il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede nelle fake news e dell’incredulità alle certezze della scienza, la primavera della speranza nel cambiamento e l’inverno del tanto non cambia niente. Abbiamo tutto davanti a noi. Non abbiamo niente davanti a noi.

È il 2017. Dickens è diventato polvere da chissà quanto tempo ma – non c’è niente da fare –  se scrivi qualcosa di importante, se fai qualcosa di importante, chi se ne frega della polvere: resti per sempre nella memoria. E’ quella, che conta davvero. La memoria.
Sul Frecciarossa Milano Roma, a spese mie (ci tengo a sottolinearlo perché ogni volta che posto su Facebook una mia foto in viaggio, orde di grillini inferociti mi accusano di viaggiare a spese loro), attendo placido di arrivare a Termini, un altro mondo. Milano e Roma, le due città, le due antitesi del paese: la prima folgorante e produttiva, la seconda problematica e irrisolta; non importa chi la governi, Roma resterà sempre una città totale e scomposta, fatta di scorci di assoluto sublime e di sublimazione di scorci di assoluto degrado; fatta di gloria passata e di vanagloria presente, capitale del mondo che era, capitale di un’Italia, che – diciamoci la verità – non è mai stata. Se il mio segretario di partito avesse accesso ai miei pensieri non mi rivolgerebbe più la parola, lo so. Ho la certezza che Matteo Renzi soffra di quella che in psichiatria viene chiamata sindrome di Pollyanna: un cieco ottimismo ed entusiasmo nel futuro. Che ci sarà da essere entusiasti in un paese che crollerebbe anche sotto una dittatura militare di Angela Merkel, solo lui lo sa. Matteo è fatto così, ce lo dobbiamo tenere. A maggior ragione adesso che ha stravinto le primarie e ha lasciato gli avversari interni con un pugno di mosche in mano.

Io non ho votato. Sono andato al seggio, ho fatto la mia bella foto di circostanza da postare sui social per dire che quello era il vero trionfo della democrazia e non i voti con i click sul sito di Beppe Grillo e blablabla, ma non ho votato. Scheda bianca. Emiliano non potevo votarlo, dai. Uno che fino a qualche mese fa se ne stava andando sbattendo la porta ma poi ha cambiato idea e ha cambiato idea di nuovo nel giro di tre giorni. Ma ci prendi per il culo? Orlando, mah. Avrei anche potuto votarlo, ma davvero potremo mai vincere le elezioni con Orlando? Restava Matteo Renzi, ma anche a proposito della restaurazione renziana avrei le mie cose da dire, solo che nel frattempo sono sceso dal treno ed è arrivato il taxi. Anche quello lo pago di tasca mia, eh grillino.
Mentre guardo Roma dal finestrino mi viene l’angoscia. Abbiamo fatto fuori Marino ed ecco qui la Roma pentastellata, la Roma degli onesti. Peggio? Uguale? Ma sì, dai. Tanto Roma non cambia mai. È andato via un debole ed è arrivata una debole. Cambiare il vento, cambiare tutto, per non cambiare niente. Quando guardo Roma, penso sempre a quanto è distante Milano. In tutto. E non sono il solo a pensarlo, lo pensano tanti, lo pensano tutti, anche chi non ha mai visto né l’una né l’altra, perché l’italiano è così: parla, ama parlare, di tutto, di quello che conosce (generalmente il calcio) e di quello che non conosce (generalmente tutto).
Le due città. L’epoca che è tutto ed è niente. L’Italia che va avanti e che non è mai veramente partita. Gli italiani che siamo e quelli che saremo. Se mai lo saremo.

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