Al Sisi chiude i giornali (e nessuno fa niente)

in Mama Africa di

Si è parlato molto di Egitto, Al Sisi, rispetto dei diritti umani e maturità democratica nel Paese dopo la morte, avvenuta l’anno scorso in circostanze sospette, del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni. Le indagini riguardo un possibile coinvolgimento dei militari e dello Stato egiziano hanno portato ad un nulla di fatto; da più parti è stata lanciata l’accusa che le importanti relazioni politiche e commerciali che l’Italia intrattiene con il Paese nordafricano abbiano impedito l’ottimale svolgimento delle indagini.

Oggi le notizie che arrivano dal Cairo dovrebbero spingerci a riprendere in mano la riflessione sulla situazione del Paese. Il 25 maggio 2017 l’accesso a 21 giornali online è stato bloccato dal governo con l’accusa di “supportare il terrorismo”. Tra i siti bloccati la tv online della celebre rete qatariota Al Jazeera, la versione araba dell’ HuffingtonPost e il giornale indipendente Mada Masr.

Il provvedimento ha chiaramente delle ragioni politiche che scaturiscono dall’avversione di Al Sisi verso il Qatar, dato il controverso rapporto tra l’emiro e il terrorismo islamista e il suo aperto sostegno ai Fratelli Musulmani, i principali nemici interni del leader egiziano. Il recente taglio dei rapporti con l’emiro da parte degli altri Paesi del Golfo e dell’Egitto non fa che rendere ancora più manifesto il conflitto politico tra il Cairo e Doha. Tuttavia è altrettanto lampante che l’azione governativa era finalizzata a consolidare il controllo del governo sui media e ne è dimostrazione il fatto che Mada Masr, giornale di orientamento laico e progressista e in nessun modo affiliato al Qatar, sia stato posto tra gli obiettivi.

Non sono stati chiariti i motivi del blocco di Mada Masr e non è certo se esso sia avvenuto entro i termini della legalità; in ogni caso la legge egiziana prevede il blocco di un sito quando questo diffonda messaggi che incitano al terrorismo. Sembra probabile che il governo abbia usato questo espediente per far passare il provvedimento, come spiegato qui insieme a un sacco di altri particolari interessanti.

In Italia se ne è parlato poco: solo pochi giornali online tra cui TPI hanno riportato la notizia, nonostante la gravità del fatto. Anche il CPJ (Commitee to Protect Journalists) ne ha parlato e ha sottoscritto insieme ad altre 20 organizzazioni per i diritti umani e la libertà di stampa un appello alle autorità egiziane affinché sospendano questa azione di censura. Questa è stata l’unica vera presa di posizione contro il provvedimento; nessun Paese occidentale, né tantomeno l’Unione Europea, si è pronunciato a riguardo.

Perché non ci interessa più di tanto la situazione egiziana? La risposta è tanto deprimente quanto ovvia: politica. Ed economia. Lo scenario mediorientale è, dal punto di vista geopolitico, un incubo; data l’estrema instabilità della regione molti intellettuali e politici occidentali ritengono che un leader capace di tenere il Paese unito e toglierlo dall’influenza del terrorismo sia manna dal cielo, anche se è un dittatore che fa ampio ricorso alla tortura e arresta chiunque sia sospetto di opporsi al regime.

La posizione degli U.S.A.

Questa è anche la linea del presidente Donald Trump, come dimostrato dalla visita di Al Sisi ad aprile alla Casa Bianca, durante la quale il leader della più grande potenza mondiale ha elogiato il dittatore egiziano, sostenendo che “sta facendo un ottimo lavoro” e che USA ed Egitto sono “uniti contro il terrorismo” (Il Sole 24 Ore, Internazionale). Diritti umani e libertà di stampa, si legge tra le righe, sono di secondaria importanza. La linea americana è chiara, si potrebbe dire lampante, e a prescindere da come la si valuti è coerente. L’Europa invece?

La posizione dell’UE

La posizione dell’Unione Europea è, per certi versi, vicina a quella d’oltreoceano; la stabilità nella regione mediorientale rimane una priorità a livello geopolitico. Tuttavia l’Unione sembra essere attenta, almeno a parole, anche allo sviluppo civile e politico del Paese. E’ quanto testimoniato dall’EU/Egypt Action Plan, un documento (liberamente scaricabile qui) che sancisce l’impegno dei due governi a rispettare una serie di punti (dal rispetto della legalità alla creazione di un’area di libero scambio) che mettano le basi per una continua e sempre più stretta cooperazione.

All’interno del documento, nella lista delle priorità, si legge: “Promuovere la protezione dei diritti umani in tutti i suoi aspetti”. E ancora più nello specifico: “Assicurare la libertà di espressione e l’indipendenza dei media agevolando il lavoro dei fornitori di informazione indipendente anche attraverso un’opportuna azione legislativa.”

Il provvedimento del 25 maggio va apertamente nella direzione opposta a quanto scritto nel documento ed è lecito aspettarsi una qualche reazione da parte dell’UE. Invece, un silenzio assordante. Non una nota, non una dichiarazione a riguardo.

Perché l’Unione Europea si comporta in modo così permissivo con l’Egitto di Al Sisi? Sono forse determinanti le ottime relazioni commerciali intrattenute con il Paese? Di certo l’Egitto ha un forte interesse a rimanere in buoni rapporti con l’Europa sia per le suddette relazioni commerciali che per gli importanti fondi che l’Unione destina al Paese (dal 1977 ad oggi “l’Egitto è stato il maggiore beneficiario dell’assistenza comunitaria nella regione MED, ricevendo il 31% del totale dei fondi disponibili per quell’area.”, si legge in un comunicato stampa della Commissione Europea aggiornato a febbraio 2017). Perché allora l’Europa non si fa rispettare di più?

L’unica cosa chiara in questa triste vicenda è che se non sono i governi a intervenire allora è compito della società civile farlo. Della stessa società civile che in Egitto sta lentamente scomparendo, soffocata dalla dittatura. E’ nostro compito informarci, riflettere, firmare e condividere appelli, insomma fare di tutto perché la mutazione sempre più spaventosamente autoritaria che sta colpendo l’Egitto non passi inosservata, nell’indifferenza generale.

Studio Scienze Politiche a Bologna, ma sono nato nelle lande nebbiose della Lombardia. Wittgenstein e Nanni Moretti mi hanno insegnato l'importanza delle parole, perciò scrivo.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*