Capitolo 2 – Una donna

in La sottile linea rossa - Diario di un piddino di

La sua fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla sua coscienza, è un vano sforzo. Mentre percorre i corridoi di Montecitorio, i tacchi che fanno eco tra i muri spessi e trasudanti storia, rivede la bambina ch’era a sei, a dieci anni, ma come se l’avesse sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors’anche: un’armonia delicata e vibrante, e una luce che l’avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo.
Almeno è così che me la immagino, quando me la vedo passare di fianco. Maria Elena Boschi è la donna più potente della politica italiana. Colei che ha disastrosamente perso il suo referendum del 4 dicembre (d’accordo, lo abbiamo perso tutti, ma lei lo ha perso un po’ di più) e che poteva miseramente sparire dai radar della politica che conta. Non l’ha fatto. Quaranta giorni di silenzio come Cristo nel deserto, a riflettere (o a riflettersi in qualche specchio, chissà) sugli errori (o a pensare che gli errori li avevano fatti altri, gli italiani per esempio), e poi eccola tornare sulla scena sociale e mediatica, più forte di come era andata via, da ministro a sottosegretaria alla presidenza come se una caduta di governo fosse un battito di ciglia. Come un cigno spiega le ali, Maria Elena ha spiegato perché bisognasse andare avanti, #incammino (En Marche, ha detto Macron e Matteo è convinto che lui ed Emmanuel siano dei nuovi gemelli nel segno dei destino europeista, bah, convinto lui…).
Un giorno la incontrai al bar, c’era la luce che filtrava dalle vetrate e le illuminava i capelli sottili e leggeri, era da tanto che non mi fermavo a parlare di persona con lei, dalla Leopolda forse, così mi avvicinai e dopo le solite frasi di circostanza osai chiedere: “Ma cosa ti manca di più di prima?”
“Quale prima?”, mi rispose lei.
“La vita di prima, prima di essere una politica così in vista, prima di essere la Boschi.”
“Mi mancano tante cose. Ma la cosa che mi manca di più è il non essere chiamata puttana ogni cinque secondi. Perché, sai, a te al massimo t’avranno detto ladro o mafioso. A me anche eh, anche a me hanno detto ladra e mafiosa però aggiungono sempre che sono puttana, con coloriti sinonimi che variano in base alla provenienza geografica del mittente. La sostanza non cambia. Ecco, mi manca essere chiamata senza epiteti.”
“Non te lo meriti, in effetti.”
Che frase del cazzo che mi venne fuori.
“Meritarselo? Nessuna donna merita di essere chiamata puttana, ****. Quando qualcuno ti chiama così è come se ti mettesse davanti agli occhi secoli di sottomissione, di derisione, di degrado. Come se stessi sognando e qualcuno ti svegliasse bruscamente con una padellata in piena faccia.”
Poi, col volto corrugato, guardò l’orologio, disse che doveva scappare. La vidi correre lungo il corridoio, con la leggerezza di una bimba che insegue una farfalla in un prato. Chissà, magari Maria Elena Boschi insegue davvero una farfalla, insegue davvero qualcosa che non potrà mai raggiungere. Forse non ha smesso di essere una bambina, e la sconfitta del referendum è stata per lei il crollo di un castello di Lego. Si riprendono i pezzi e si ricostruisce. Sta tutto lì il divertimento.

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