L’Odio

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Nel 1995 l’allora primo ministro francese Alain Juppè organizzò una proiezione speciale di La Haine (L’odio), film vincitore del premio alla miglior regia al quarantottesimo festival di Cannes. Niente di speciale, tutto considerato, se non fosse che i poliziotti presenti in sala si voltarono di spalle per tutta la durata della proiezione in segno di protesta. Avere a mente questo episodio è necessario per capire la portata di quel film, dal momento che difficilmente altre pellicole riguardanti lo stesso tema hanno diviso così tanto il pubblico, la critica e le stesse istituzioni.

Il film, diretto dall’attore e regista Mathieu Kassovitz, parte con immagini di repertorio di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, scontri innescati dal pestaggio di un ragazzo, Abdel, da parte di un poliziotto. Un ragazzo della zona, Vinz, trova una pistola durante gli scontri ed è deciso ad usarla per vendicarsi nel caso in cui Abdel, ormai in coma in ospedale, muoia.

E’ facile, con un tema del genere, cadere nella glorificazione di una fazione a discapito di un’altra. Il merito di Kassovitz è proprio quello di riuscire a rappresentare il mondo delle banlieu senza fare sconti a nessuno. Non esistono personaggi buoni, non esistono eroi, esistono solo persone che odiano. Per tutta la durata della pellicola è impossibile schierarsi veramente dalla parte di Vinz e dei suoi due amici, così come è impossibile non comprendere il loro odio nei confronti delle forze dell’ordine. Tutta la storia si basa sulla contrapposizione tra “noi” e “loro”, tanto che i personaggi che risultano più odiosi sono proprio quelli che cercano in qualche modo un dialogo tra le due fazioni, dando l’impressione di non aver compreso le regole del mondo in cui vivono. L’odio che si respira per tutta la durata della pellicola è contagioso, entra dentro lo spettatore fino a spingerlo anche a tifare per una fazione, pienamente consapevole di essere, in ogni caso, dalla parte di persone cattive. Il regista non tenta di giustificare le azioni di nessuno, si limita a raccontarle con un realismo crudo e con un forte distacco, come se volesse lasciare allo spettatore stesso il giudizio sulle azioni dei personaggi.

La scelta di girare il film in bianco e nero contribuisce poi a sottolineare il forte degrado e la perenne violenza che accompagna la vita di periferia dei protagonisti, sia di quelli che vogliono il rispetto o lo scontro con la polizia, sia di quelli che vogliono solo tirare a campare.

E’ lo stesso monologo iniziale del film a darci un’idea di cosa aspetta noi spettatori:

“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”

Il ritmo è serrato, si parte con gli scontri (la caduta iniziale), un momento violento destinato a portare solo altra violenza, si prosegue con il girovagare di Vinz e dei suoi amici, che mano a mano vanno caricando il proprio odio( i piani del palazzo), senza mai veramente esplodere( fino a qui tutto bene), per concludere il tutto con il violentissimo atterraggio finale. Un atterraggio inaspettato, che lascia lo spettatore senza fiato, come se fosse caduto da un palazzo di 50 piani.

 

Sono appassionato di cinema, letteratura e politica. In poche parole non mi piace uscire ma detto così pareva meno brutto.

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