Per una sinistra noiosa

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E’ ormai fatto noto, trito e ritrito che la sinistra di tutto il mondo soffre la sua crisi d’identità più profonda dal suo profilarsi come forza politica. Spesso uno dei motivi e problemi che alimenta la sua crisi e viene sbandierato come uno dei problemi maggiori da affrontare, è il distacco tra le elìte di governo e la cosiddetta “base”.

Certo, in politica è cosa alquanto ardua “colpevolizzare” la base, dato che la politica dovrebbe farsi espressione delle istanze che si formano dalla base stessa. Infatti, molto probabilmente, le valutazioni che seguiranno questa affermazione apparterranno all’esclusiva opinione personale di chi scrive, senza nessuna pretesa di oggettività.

Tuttavia, chi scrive sente la necessità di criticare una parte della base elettorale della sinistra, o quantomeno una parte consistente, nonché di rilanciare sempre con più forza il messaggio per il quale “la persona di sinistra” del XXI secolo deve essere educata ad altro.

In particolare, si trova assurdo il fatto che l’utilizzo o la liberalizzazione delle droghe venga ancora individuata come una prerogativa di sinistra. L’assurdo circolo vizioso in cui la sinistra è caduta con questo messaggio sta nel fatto che, pur essendo risaputo che l’introduzione delle droghe tra i gruppi della contestazione sessantottini era una precisa strategia attuata da chi voleva indebolire e sfaldare questi stessi gruppi, ora e ancora l’uso di droghe sia un tabù della sinistra. Se ci si soffermasse a capire quale effettivo beneficio in termini politici e sociali il leitmotiv delle legalizzazioni ha portato in tutti questi anni alla sinistra, un politico di sinistra dovrebbe essere fermamente contro qualsiasi tipo di liberalizzazione, o quantomeno favorevole ad un rigido monopolio statale del consumo di droga, somministrato previa autorizzazione medico/sanitaria.

Questo fenomeno in particolare è emblematico proprio in quanto dimostra la premessa di questo discorso: la base di persone di sinistra che influenza i propri leader a portare avanti battagli politiche assurde e controproducenti dal punto di vista della teleologia della sinistra: l’uguaglianza sostanziale di diritti e opportunità.

A proposito di questo aspetto, chi scrive ricorda una frase: “il cittadino che non difende i propri diritti è un suddito”. Ebbene, quale altra forza politica dovrebbe difendere i diritti dei cittadini se non la sinistra? Eppure, specie nel confronto con i giovani, la sinistra ha smesso di educarli. Certo, “educazione politica” suona stridente e un po’ fuori moda come termine nel complicatissimo e liquido XXI secolo, ma non è forse che, almeno in ambito politico, l’abbandono dell’educazione politica sia stato causa di questa liquefazione e confusione?

Procedendo a riflettere su questo punto, si può affermare che le nuove generazioni sono state non-educate dalla sinistra, e i frutti si osservano ora: la maggior parte di tutte le “battaglie”, lungi da avere anche un solo pallore di ideologia contraria a quella dominante, trovano il loro fine ultimo nell’ottenere dei diritti senza assumersi responsabilità. Si declinano in occasioni di blanda protesta collettiva che trovano compimento nella giornata stessa, senza ulteriore impegno e profondità. L’impressione è che, mentre tutto ciò che concerne l’agire-nel-sistema (es., laurearsi in economia, fare carriera, creare un’azienda, accumulare profitti, etc…) è pacificamente accettato richieda pazienza, lavoro, studio e dedizione, portare avanti una protesta o una richiesta di riconoscimento di un diritto sia cosa da nulla, cosa per la quale basti “farsi sentire” in modo variopinto, “provocare”, “mandare un segnale”.

A questo proposito, andrebbe recuperata la noia. L’idea che l’agire politico (quantomeno di sinistra) si porta avanti per obbiettivi e studio, pianificazione e delusione. E che la politica non è un passatempo o una manifestazione estetica. Innovare e rinnovare richiede sforzo, sacrificio e coraggio, nonché compromesso. L’augurio è che a sfondare le cabine elettorali con uno slogan quale “for the many, not for the few” sia una persona trentenne, e non un vecchio leone a fine carriera. Che sia la generazione di giovani a riappropriarsi di questi messaggi, oltre le vie facili, oltre il rasta giamaicano, oltre lo sporco e maleodorante centro sociale, oltre le bocciature da ragazzi incompresi, oltre la delusione del giorno dopo il concertone del primo maggio.

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