Hong Kong: lo sfavillio delle libertà illusorie

in La via della Seta di

La visita del Presidente Cinese Xi Jinping alla città libera di Hong Kong, in occasione delle celebrazioni dei 20 anni dal ritorno della Città-Stato al controllo della madrepatria Cina, ha riacceso le polemiche, le manifestazioni e gli allarmi sul futuro democratico della Città stessa. Esponenti di gruppi di protesta autonomi chiedono che il governo centrale Cinese smetta di esercitare pressioni politiche sul governo della Città autonoma attraverso lente e progressive erosioni di potere e libertà (metodo d’azione tipico del gigante asiatico).

Posto che il problema dell’erosione di “diritti e libertà” dei cittadini di Hong Kong è un fatto esistente, e che risponde ad un preciso e noto piano della Cina di rendere Hong Kong una città cinese a tutti gli effetti, come è trasparito dalle recenti dichiarazioni di Xi. Occorre dunque chiedersi a cosa, effettivamente, queste proteste servano.

Agli occhi di chi scrive, queste petitions of rights portate avanti in modo maldestro e poco efficace da qualche volenteroso oppositore vanno poco più in là del romanticismo tragico. Vien quasi da dire che arrivano troppo tardi e fuori luogo: Hong Kong sta perdendo le sue libertà, è vero, ma il tempo per la città di capire cosa vuol essere è già scaduto da tempo, più precisamente è scaduto proprio venti anni fa.

Hong Kong avrebbe dovuto pensare al suo futuro quando ancora era una delle “tigri d’oriente”, un simbolo di miracolo economico, prosperità e libertà in un’Asia orientale comunista e impoverita, e affezionare la sua popolazione alla libertà e alla pace che la prosperità porta. Allo stesso modo, Anche dopo la riconquista della Città da parte della Cina, Hong Kong avrebbe potuto ideare una società-modello asiatica, in cui fare tesoro dell’esperienza occidentale delle libertà individuali e sfruttare la ricchezza accumulata in anni e la sua posizione strategica per rendere equilibrato il suo sistema-città. Fantasia poetica? Certo.

La realtà che invece si percepisce ad Hong Kong è ben diversa: è una città che ha fatto della disuguaglianza il perno fondante del suo sistema economico e sociale, e gli iati sociali sono percepibili ad ogni angolo della megalopoli. E’ inutile ricordare gli innumerevoli report sulle misere condizioni di vita del novanta per cento degli abitanti, sul formicaio umano che popola l’ombra dei grattacieli scintillanti, in cerca di un’opportunità che ormai è sempre più distante.

Bobby Yip/Reuters

Inoltre, Hong Kong non è più la città simbolo dell’economia roboante dell’Asia guidata dall’Occidente: è risaputo come il ruolo della città sia quello di facilitare operazioni societarie e finanziarie tra Cina continentale e Paesi Esteri. Le libertà individuali infatti sono (come purtroppo spesso accade) una pedina sacrificabile per mantenere intatta la liberalissima legislazione societaria (bastano poco più di 500 euro e un prestanome per creare una società), nonché la quanto mai morbida legislazione sui controlli dei flussi bancari. Moltissimo denaro, lecito e illecito, fluisce dalla Cina al resto del mondo passando per il “Porto” non più “profumato”, ma sempre più olezzante di riciclaggio e finanza predatoria.

La notizia data da media occidentali e orientali è sostanzialmente corretta, ma è altrettanto vero che per Hong Kong non ci saranno perdite consistenti in termini di stabilità sociale e qualità della vita sotto la Cina, non più di quanto la città abbia già e per sempre perso. E’ dunque logico e sensato che nessuno si stracci le vesti per la perdita delle illusorie libertà della Città-Stato, ormai sbandierate solamente da qualche ricco studente pronto a fare armi e bagagli e migrare negli Stati Uniti o in Canada non appena il Governo Centrale di Pechino deciderà di “staccare la spina” alla Città.

Al venditore di street food di Mong Kok non cambierà nulla, la sua vita continuerà uguale, mediocre e ai margini, non importa se nella “sfavillante città libera” o in una città succursale dell’adiacente e immensa Shenzhen.

Bobby Yip/Reuters

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