“The emptiest of feelings” – I vent’anni di OK Computer

in Appunti letterari di

Correvano i tardi anni novanta, troppo maturi per il proprio secolo e perfino per la propria decade: la frenesia del progresso tecnologico, con l’avvento del World Wide Web e la sempre più estrema diffusione del telefono cellulare, stava modellando la società e gli stili di vita che caratterizzeranno il terzo millennio. La velocità delle comunicazioni e della circolazione delle informazioni, non solo strettamente legate all’ambito economico-finanziario, saranno di vitale impulso per la definitiva realizzazione di quel progetto di “mondo globalizzato” intrapreso sin dalle ultime battute del diciannovesimo secolo, con la progressiva affermazione del capitalismo americano.

La fine degli anni novanta segnava anche uno snodo cruciale per il rock inglese: dopo aver ormai assorbito gli echi animaleschi ma sorprendentemente melodici del grunge d’oltreoceano, il britpop si avviava verso un inesorabile declino. Al 1999, dei giganti che avevano portato la bandiera del genere sarebbero rimasti in attività solo gli Oasis. La scena alternative, orfana dei propri segnavia, doveva rinnovarsi per sopravvivere, trovando gli stimoli giusti dalle proprie radici, cercando di snaturarsi il meno possibile.

Si dice che in molti, ancora oggi, ricordino il momento preciso in cui acquistarono e conobbero OK Computer, nella tarda primavera del ’97. La terza fatica dei Radiohead, band dell’Oxfordshire, tuonò sulla scena con un suono maledettamente abbacinante, sperimentale ed atmosferico mai rinnegando lo Zeitgeist del british sound. Senza concedere un tempo sufficiente per lasciarsi storicizzare, l’opera terza del quintetto di Oxford si impose sin da subito come vera e propria pietra miliare, indicando, al di là confini fino ad allora esplorati dall’alternative, la strada maestra da percorrere.

La grande maestosità di OK Computer non risiede tanto nell’innovazione musicale, quanto nella sua capacità di offrire un’esperienza che trascende la musica stessa. Oltre quel sound che rispecchia così fedelmente la frenesia elettronica di un mondo nuovo, oltre quelle liriche, talvolta fittamente criptiche, talvolta apparentemente fin troppo banali, l’opera svela il ritratto inquietante ed alienante di un’era che supera la post-modernità, la profezia di un’incombenza la cui aura poteva essere distintamente avvertita negli anni che sempre più tendevano verso il nuovo millennio.

Dire “ok” al computer è il significativo vademecum che i Radiohead, sin dal titolo, lasciano trapelare, sperando che l’umanità possa in qualche modo comprenderlo ed attuarlo. Assecondare la grande macchina del mondo è rimasto l’unico modo per auto conservarsi, accettandosi come ingranaggi del sistema, trovando riparo negli ultimi barlumi di umanità che sembrano ancora sfuggire a quelle logiche impersonali e fini a sé stesse: pazzia, amore, morte. È un grande messaggio di sopravvivenza e rassegnazione, un invito ad aggrapparsi interiormente a tutto ciò che si rivela essere irrazionale e metafisico, lasciando la propria carne in balia di imperativi disumanizzanti.

OK Computer si rivela essere una grande opera di autoconvincimento, ogni singola parola sembra essere stata scolpita su pietra per essere riletta fino all’esasperazione, fino all’accettazione forzata di un alienante status quo che appartiene al corpo, ma non può, non deve, tarlare l’anima.

 

 

 

 

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