Capitolo 5 – Il trionfo della morte

in La sottile linea rossa - Diario di un piddino di

Debora Serracchiani, quando vide contro il parapetto un gruppo di uomini chini a guardare giù nel Tevere, esclamò soffermandosi: “Che sarà successo?”. Ebbe un piccolo moto di timore e appoggiò involontariamente la mano sul mio braccio come per trattenerlo. […]
“Si sarà gettato giù qualcuno…”, dissi. “Vuoi che torniamo indietro?”, aggiunsi.
“Ma no, proseguiamo, siamo anche in ritardo.”
“Non mi hai mandato più quella mail…”, approfittai di dire.
“Che mail?”
“Quella del bilancio provvisorio, dovevo fare una relazione…”
“Oddio, scusami! Me ne sono completamente dimenticata.”
“Io non volevo disturbarti con messaggi o telefonate, però quei documenti mi servono sul serio.”
“Oggi stesso te li invio, giuro. È che non ci sto con la testa, è un periodo di merda, credimi.”
“Ma è successo qualcosa?”
“Di tutto è successo, di tutto. Quelle frasi sullo stupro, mio marito che…”
“Che?”
Debora Serracchiani scoppiò a piangere. “Non ce la faccio più, ****, non ce la faccio…”, singhiozzava. Era sconvolta, come se avesse trattenuto quel pianto per giorni e improvvisamente una pressione interna l’avesse gettato fuori.
“Oh, ma mi spieghi che è successo?”, dissi trascinandola verso una stradina meno affollata.
“Questa politica mi ha rovinato la vita!”
Era una frase forte. Ero scosso da tanta sincerità. Conoscevo Debora da anni, ma non l’avevo mai vista così giù come nell’ultimo periodo.
“Che è successo? Me lo dici o no?”
“Mio marito mi ha lasciata.”
“Oddio, mi dispiace… ma come? Perché?”
“Per colpa di questa politica di merda!”
“Dai, ma scusa… lo sapeva che la politica era la tua vita, siete stati insieme quanti anni? Dieci?”
“Venti.”
“Ma è successo così, improvvisamente?”
“Sì, un giorno mi ha detto che era innamorato di un’altra e che era finita. Non me ne sono neanche accorta, non me ne sono neanche resa conto, pensavo solo alla politica…”
“Ma non dire così, non sentirti in colpa. Guarda che sei la governatrice del Friuli, è una responsabilità. E lui lo sapeva.”
Mi si gettò al collo, sentivo le sue lacrime bagnarmi la camicia. Appoggiai la mia mano sulla sua testa. “Non farti vedere piangere, ‘ché a voi donne non è concessa la debolezza.”, mormorai cercando di calmarla. “Noi uomini siamo fatti male, Debora. Non abbiamo la pazienza di aspettare nessuno, non abbiamo la forza di concedervi di essere migliori di noi.”
“Voglio andarmene, voglio smetterla con la politica.”
Non mi piacque, quella frase. Arrendersi è sempre inglorioso. Lo è nella vita, ma lo è ancor di più in politica. Che cosa era rimasto della donna che, solo qualche anno prima, sorprese tutti all’assemblea dei circoli del PD? Delle sue parole, dell’aria smaliziata e combattiva di chi non aveva niente da perdere?
Niente, se non un involucro stanco, perché non aveva niente da perdere e invece aveva perso tutto.
Camminammo in silenzio fino alla sede del partito, la salutai all’ingresso, io proseguii. Non me la sentii di ricordarle di mandarmi la mail.

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