This is England

in Appunti cinefili di

Come molti altri ragazzi nati e cresciuti in qualche piccola città Italiana negli anni ’90 ho avuto poco a che fare, durante la mia adolescenza, con il mondo degli Skinheads. Conoscevo solamente la frangia di estrema destra di questo movimento, i Naziskins. E ovviamente non provavo molta simpatia per loro. Fortunatamente, qualche anno fa, mi sono imbattuto in questa pellicola che mi ha fatto capire quanto fossi ignorante.

La storia è ambientata nell’Inghilterra dei primi anni ’80. Il protagonista è un ragazzino di 12 anni, Shaun, orfano di padre e ovviamente problematico. A scuola è tormentato dai bulli ed è estremamente solo. I suoi unici amici sono degli Skinheads che incontra per caso dopo l’ennesimo episodio di bullismo e che lo accolgono tra di loro senza curarsi della sua età e delle sue stranezze. In questo gruppo troviamo sia ragazzini che quarantenni, sia bianchi che neri, e ognuno rappresenta una diversa sottocultura Skins. Gli equilibri saranno però destabilizzati dall’arrivo di Combo, un vecchio amico del gruppo avvicinatosi alla cultura dei Naziskins all’interno del carcere, dal quale è appena uscito.

Nonostante le dinamiche di sviluppo della storia siano abbastanza scontate il film non risente di questa apparente banalità. Scopo di Shane Meadows, il regista, non è quello di presentare una bel racconto, ma quello di catapultare lo spettatore nel mondo Skinheads, rappresentando tutte le varie diramazioni di questo movimento tanto importante per la cultura giovanile di quel periodo.

Il titolo stesso della pellicola dovrebbe farci capire le intenzioni dell’autore. Non si vuole raccontare una storiella o veicolare un messaggio, così come non si vuole fare una distinzione tra Skins buoni e Skins cattivi, ma si vuole regalare una fotografia dell’Inghilterra degli anni 80, con tutte le sue contraddizioni e i suoi lati più bui. La violenza, per esempio, è presente per tutto il film, ma non è mai esagerata, anche nei momenti più tragici, né filtrata per non dar fastidio allo spettatore. È la violenza reale, senza nulla di spettacolare o di nobile. Allo stesso modo i personaggi non risultano mai stereotipati, sebbene rappresentino a pieno le sottoculture di cui sono membri. E’ molto facile, specialmente per un adolescente, riconoscersi in qualcuno di loro. Sono persone che cercano un gruppo per identificarsi, per sentirsi parte di qualcosa, per avere uno scopo, per non restare soli ma, allo stesso momento, per non adeguarsi alla massa uniforme che accetta la vita così come gli viene presentata e lasciata dai propri genitori.

Un film di un’ora e mezza, però, non basta a raccontare a pieno la cultura Skinhead e l’evoluzione di questa nel corso del decennio. Proprio per questo motivo, nonostante il film sia autoconclusivo, Meadows ha continuato a seguire le vicende del gruppo attraverso una serie televisiva, composta da 3 stagioni di 4, 3 e 4 episodi, ambientate rispettivamente nel ’86, nel ’88 e nel ’90. In queste stagioni, di carattere marcatamente più corale rispetto al film, vengono meglio analizzate le vite dei singoli personaggi, le dinamiche interpersonali e le loro culture, rapportando il tutto al mondo che va evolvendosi.

Così come nel film, anche la serie non è innovativa, non è un capolavoro e la storia non è nulla di che, ma entrambe hanno il merito di aver fatto conoscere per bene, in tutte le sue sfaccettature, il mondo Skinheads, senza fare sconti a nessuno e senza esagerare alcuna dinamica. Un mondo presentato in modo parziale al cinema, concentrato su qualche sottocultura del movimento, senza dare alcuna possibilità allo spettatore di avere una visione d’insieme. È questo il punto di forza di questa pellicola e della successiva serie, opere che dovrebbero essere prese d’esempio da tutti i registi che vogliono provare a raccontare un movimento giovanile senza scadere in inutili esagerazioni o in critiche sterili.

Sono appassionato di cinema, letteratura e politica. In poche parole non mi piace uscire ma detto così pareva meno brutto.

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