Non scordiamoci il Sud Sudan

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L’UNHCR l’ha definita “la terza crisi umanitaria più grave del globo”, nonché “la più rapida” nel suo sviluppo. Qualche dato: 2,3 milioni di sudsudanesi sfollati, 1,7 fuggiti in stati confinanti, 218 mila profughi dislocati nelle sei basi ONU presenti nel Paese. Un’enormità. Soprattutto tenendo conto che la popolazione totale del Sud Sudan è di 11,5 milioni di abitanti.

Stando alle stime di alcuni esperti, il numero delle vittime- 300 mila in tre anni e mezzo di ostilità- è paragonabile a quello del conflitto siriano. Da tempo, le Nazioni Unite annunciano il “genocidio imminente”, in particolare ai danni dell’etnia shilluk (Internazionale). Questa, in gretta sintesi, è la guerra civile sudsudanese.

La nascita. Il Sud Sudan è lo stato più ‘giovane’ al mondo: ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011 con un referendum popolare. Gli Stati Uniti- interessati alle grandi risorse petrolifere del paese africano- sono stati il principale ‘sponsor’ della secessione. Al momento, però, i problemi di Juba non sembrano trovare spazio nell’agenda Trump.

Il conflitto. I primi (e prematuri) dissidi interni al Movimento popolare di liberazione del Sudan (SPLM)- partito che aveva portato il Paese all’indipendenza- risalgono al dicembre 2013, quando il Presidente Salva Kiir accusa il suo vice Riek Machar di tramare un golpe. Di conseguenza, anche l’Esercito popolare di liberazione del Sudan (SPLA)- braccio armato dell’SPLM- si sfalda. Grazie ad un’abile politica di strumentalizzazione orchestrata dalle élite di potere, la rottura assume da subito connotazione etnica: i militari dinka rimangono fedeli al “consanguineo” Kiir, i colleghi nuer fanno lo stesso con Machar. Col tempo, altri gruppi vengono investiti a macchia d’olio dal conflitto.

Nell’agosto 2015 viene siglato un ‘Accordo di pace’ su caldo invito della comunità internazionale. Dopo meno di un anno (luglio 2016), il documento è già carta straccia. Il risultato lo vedete nei numeri in sovraimpressione.

Le origini del dissidio. Le inimicizie tra leader ribelli sudsudanesi si sviluppano durante la guerra civile sudanese (1983-2005). Già nel 1990, in pieno conflitto Nord-Sud, Machar (comandante nuer) si oppone alla linea ‘accentratrice’ dettata dall’SPLM, guidato dal leader dinka John Garang. Inoltre, Machar non condivide l’ostilità del Movimento nei confronti di Khartoum. Lo scontro tra fazioni è molto sanguinoso. I massacri di civili fomentano la rivalità interetnica, in particolare nella delicata zona dell’Alto Nilo (Sud Sudan settentrionale).

Machar riallaccia i rapporti con l’SPLM all’alba dei Duemila, diventando il ‘terzo tenore’ del movimento dopo Garang e il suo vice Salva Kiir. La guerra Nord-Sud cessa nel 2005 grazie ad un Accordo di pace siglato da Esecutivo Sudanese e SPLM. Lo stesso anno, muore Garang. Gli succede Kiir, con Machar promosso a ‘vice’.

Alto Nilo e shilluk. Ad oggi, l’Alto Nilo è suddiviso in due aree: riva occidentale del fiume agli shilluk (con l’importante eccezione di Wau Shilluk, capitale e centro spirituale del loro regno), sponda orientale ai dinka. Per volontà del Governo, Malakal– capitale della circoscrizione storicamente rivendicata dagli shilluk– è stata ripopolata con membri della comunità dinka. Formalmente, la motivazione è politica: chi controlla le città ha, infatti, molte chance di vittoria alle imminenti elezioni del 2018. Tuttavia, l’ONU denuncia un “aumento di arresti arbitrari, sequestri e stupri” ai danni degli shilluk, spesso ad opera di “uomini dell’SPLA”. La ghettizzazione mascherata è, dunque, più di un’ipotesi.

Le alleanze. Il conflitto ha ripercussioni anche a livello ‘regionale’. Il confinante Uganda– col consenso degli USA- è intervenuto militarmente a sostegno di Kiir. Ciò ha fatto storcere il naso all’Etiopia, altra nazione adiacente, e al Sudan, nemico dell’Uganda. Sebbene inizialmente più propensa a supportare Machar, Khartoum prova a ‘fare la spola’ tra i due fronti: dal 2013, i rapporti tra Omar al-Bashir (Presidente Sudan) e Kiir sono migliorati. In ogni caso, gli obiettivi di al-Bashir sono la stabilità interna del Sudan e il petrolio.

Il fallimento dell’ONU. La MINUSS– missione ONU avviata in Sud Sudan nel 2011 e inizialmente concepita a scopo puramente pacificatorio- è sostanzialmente fallita. La SPLA limita gli spostamenti dei caschi blu, li “minaccia” e, talvolta, gli “spara contro”. Di fatto, è impossibile “rispettare il mandato di proteggere i civili”. Dal 2013, “sono morti più di ottanta operatori umanitari”. Inoltre, la Commissione ONU per i diritti umani denuncia continui furti di aiuti da parte del Governo che finiscono per “aggravare la carestia” (Internazionale).

L’economia è collassata. La guerra limita la produzione di petrolio, fonte del 98% del PIL nazionale. Nel 2017, l’inflazione è lievitata oltre il 440%. La Banca centrale ha chiuso i rubinetti. Buona parte delle residue risorse è destinata alla difesa, appena l’1% alla sanità.

Come spesso accade, i numeri non bastano a descrivere la tragedia del Sud Sudan. Tra le altre cose, preme rendere noto che i molti profughi coinvolti non sono nemmeno a conoscenza delle motivazioni del conflitto, rimaste intrappolate nelle stanze dei bottoni di Juba.

Ps. La situazione sudsudanese apre a molte riflessioni. In primis, se “accogliere non è un dovere morale”, diciamo che ci va molto vicino. Forse, qualche “senso di colpa” in più non guasterebbe, sia a noi cittadini europei che alla classe politica che ci rappresenta. Infine, lo slogan “aiutiamoli a casa loro” è molto efficace in campagna elettorale. La pratica, però, è tutta un’altra cosa.

 

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