Perché guardiamo altrove

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Non c’è storia: Corbyn ha quasi vinto, Sanders l’avrebbe fatto, Mélenchon ha fatto incetta di voti, e uscendo dal paradigma di sinistra possiamo guardare anche a Macron, il neo (ormai mica tanto) eletto presidente della Francia, e vedere che tutti questi leader politici hanno qualcosa in comune: sono oggetto di studi dall’elettorato italiano, illuso di trovare un simile essere nel deserto arido della politica nostrana.

Le elezioni francesi hanno dato un importante spunto di riflessione: la vittoria di Macron, in barba alla destra populista, è stata acclamata dal mondo intero come la fine delle delusioni politiche dell’era della globalizzazione (Mark Rutte chi?), ed è stata percepita come una brezza fresca per l’Italia, che però ignora completamente le condizioni in cui si è verificata la vittoria del leader di En Marche!, sulle quali però si è discusso abbastanza (maggioritario a doppio turno, ostilità verso i partiti estremisti, pessima scelta del candidato socialista e totale collasso del centro destra repubblicano).

Corbyn e Sanders sono stati invece salutati come i paladini di quella sinistra che esce dallo stato di protesta perenne, uno, e che propone un cambiamento epocale, l’altro, dopo averci entrambi ricordato che forse vale la pena lottare per qualcosa e che non tutto è perduto.

“It’s the easiest choice I’ve ever had to make”, dichiara Jonathan Pie, il fittizio giornalista del Labour creato dalla mente di Tom Walker, comico inglese, ben felice – per una volta – di poter votare un labour socialista. E che dire di quei 20 milioni di francesi che hanno votato Macron al secondo turno? Di certo anche loro hanno fatto la scelta più facile della loro vita elettorale, complice il sistema del ballottaggio. Ma non è così per l’Italia, relegata in quello stesso arido deserto dove le lucertole si godono i raggi del sole delle vendite dei loro nuovi libri, e dove i serpenti non aspettano altro che le mosse false del roditore, per arraffare qualche voto.

In Italia si svende e si rinnega il passato socialista, cercando (più di!) un accordo di centro, che più che rinnovare l’Ulivo ne brucia le ultime foglie, cadute ormai da tempo. È la fine della stagione del centro sinistra, trasformatosi in un apparato politico incapace di trovare una risposta alla crescente disoccupazione, alla crisi internazionale ed al bisogno di cambiamento: un osso spolpato dalle iene di quello stesso deserto.

E allora, da dove ripartiamo?

Ripartiamo da Bernie Sanders, per proporre l’impensabile, per sfidare l’indicibile e il tabù. Riunire le generazioni più giovani che vogliono rispondere alle politiche fallimentari del liberismo non con un appoggio al grillismo trumpiano, ma con un welfare che non abbandona nessuno e la garanzia di un lavoro sicuro e dignitoso.

Ripartiamo da Jeremy Corbyn perché la sinistra riprenda il comando della prima linea nella lotta contro la povertà, accanto agli emarginati sociali, ai giovani studenti e agli operai, e perché la svendita dei pilastri del welfare state cessi immediatamente.

Non si cercano il Corbyn, il Sanders o il Macron italiani, e perché dovremmo? Nel regno dell’autoreferenzialismo non c’è spazio per la loro nascita, né tantomeno per la loro vittoria. Si cerca un’ispirazione. Un esempio che ci guidi fuori dal deserto con i fatti e con le parole, inglesi, greche, spagnole o francesi poco importa in che lingua esse siano; ciò che è fondamentale è che ci lascino qualcosa. Passi da seguire, per un futuro dedicato a noi.

Se scavi in profondità, se arrivi davvero in fondo, se provi ad ascoltare anche solo con un orecchio, tutti hanno qualcosa da dire. Forse anche io.

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