Cipro, il fallimento dei negoziati per la riunificazione

in Fragile Europa di

Il 7 luglio 2017 il Presidente greco-cipriota Nikos Anastasiadis e il suo omonimo turco-cipriota Mustafa Akinci si sono incontrati in Svizzera (territorio neutro per antonomasia) per discutere della riunificazione dell’isola. Nonostante il pressing energico delle Nazioni Unite, il colloquio è finito in rissa verbale. Non metaforica.

EPA/JEAN-CHRISTOPHE BOTT

Secondo il Gurdian – attendibilmente informato dai diplomatici presenti all’incontro – la compagine turca si sarebbe dimostrata eccessivamente corta di ‘braccino’, mentre i cugini greci avrebbero aperto anche all’annosa questione della ‘rotazione presidenziale’ una volta siglato l’accordo. Archiviato il fallimento, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres “non esclude altre iniziative diplomatiche” per tentare nuovamente il colpo.

I nodi della discordia. Il punto più controverso della diatriba riguarda i 35mila soldati turchi tutt’ora di stanza a Cipro: la popolazione ‘greca’ ne chiede il ritiro, la Turchia non è disposta ad arretrare di un centimetro. In tutti i sensi.

Altra questione scottante è l’ipotetica divisione federale del territorio. Esempio: i greci hanno espressamente richiesto “la restituzione dell’intera città di Morphou” (situata a Cipro Nord), quando i turchi “sarebbero disposti a cederne solo una parte” (il Post).

Ancora più complessa la redistribuzione delle proprietà immobiliari che molte famiglie cipriote hanno dovuto abbandonare ‘dall’altra parte del muro’ durante i travasi forzati dalla Guerra civile del ‘74.

L’embargo. Strano a dirsi, ma i turchi hanno un reddito pro capite due terzi inferiore a quello dei ‘concittadini’ greci”, racconta Gianni Perrelli de L’Espresso. Cipro Nord fa affidamento anima e corpo sulla ‘Madre Patria’, che “elargisce ogni anno 600 milioni di euro a fondo perduto”. Con l’unificazione, la Repubblica Turca – riconosciuta solo da Ankara e priva di punti di contatto col Sud – “sfuggirebbe all’embargo che la isola dal resto del mondo”. Al momento, infatti, può “esportare e importare prodotti esclusivamente attraverso la Turchia”, mentre i suoi porti “rimangono illegali”.

L’outsider. Il portabandiera del progetto di rappacificazione è il presidente socialdemocratico turco-cipriota Mustafa Akinci, ribattezzato “l’uomo della pace”. Nato a Limassol (principale porto meridionale), ad appena 28 anni fu eletto sindaco di Lefkosa (capitale di Cipro Nord), restando in carica per i seguenti 14. Salito al potere nel 2015 col 60% delle preferenze, si è più volte opposto alla linea intransigente e conservatrice di Erdogan, rivendicando maggiore margine di manovra.

Per perseguire i suoi obiettivi, Akinci ha allentato i rapporti tesi col collega ‘greco’ Anastasiadis (conservatore). A fine 2016, le trattative hanno subito un’accelerazione sotto la supervisione ONU e con la “simbolica” – fino ad un certo punto – partecipazione di Turchia, Grecia e Gran Bretagna (ex potenza coloniale).

“Si era quasi raggiunto un compromesso sulla rotazione delle presidenze e sulla restituzione delle proprietà abbandonate”, afferma sempre Perrelli. Inoltre, l’UE si era dichiarata “pronta a stanziare oltre 3 miliardi di euro per accelerare l’integrazione” (i costi complessivi della reunion ammonterebbero, comunque, a circa 30 miliardi di euro, ndr).

Gli ostacoli. Akinci non può contare sull’appoggio del suo Esecutivo conservatore. Il ministro degli Esteri Ertugruloglu ha definito l’eventuale accordo “tecnicamente improponibile”. Ben più praticabile l’annessione ad Ankara, come vuole Erdogan.

Anche dall’altra parte della barricata l’entusiasmo non abbonda, diciamo. Sintomatico il fatto che, all’ultima tornata elettorale (maggio 2016), diverse forze politiche del fronte nazionalista greco – seppur marginali – siano riuscite a sedersi in Parlamento. In piena campagna elettorale per le presidenziali del 2018, Anastasiadis sta sfruttando l’ondata ‘patriottica’ inasprendo i toni circa l’eventuale riunificazione (pur non chiudendo del tutto la porta al ritorno di Guterres).

Nel suo piccolo, Cipro è uno spaccato metaforico del periodo storico che stiamo vivendo. Ci sono tutti gli elementi. L’Onu e l’Europa, fantasisti dall’enorme potenziale tecnico, ma inconcludenti sotto rete. Erdogan, rapace d’area di rigore, che – alla fine – qualcosa porta sempre a casa. E poi la giusta dose di xenofobia e intolleranza. Perché, in fondo, la riunificazione potrebbe arricchire tutti: socialmente, culturalmente, economicamente. Ma, in questo mondo impossibilitato a guardare di buon occhio cosa accade di là da un muro o da una linea di confine, risulta più rassicurante focalizzarsi sul proprio orticello, tappandosi gli occhi con facili slogan nazionalisti e reazionari. Evviva.

Per capire come si è arrivati a tutto questo non potete perdervi la prima parte di questo focus di The Subway Wall su Cipro.

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