Tra mosse elettorali e introiezione del sistema

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La conclamata legge sui tagli ai vitalizi d’oro ha una pletora di padri in sala d’attesa. Dal PD al M5s fino ai relitti e agli scoppiati dell’universo berlusconiano: la fila dei politici responsabili che si affrettano a dimezzarsi le pensioni valica bandiere e schieramenti, si tinge di infiniti colori, si adorna di molteplici parole. Quale migliore espediente elettorale avrebbero potuto trovare Renzi e Grillo ora che il Pd è diviso e l’amministrazione pentastellata ha mostrato chiaramente i suoi limiti e le sue sciagure? Persino il Cavaliere, ora che il Milan è dei cinesi e i colpi di mercato non fruttano voti, era stato sfiorato dalla tentazione di approvare il ddl Richetti.

Le leggi di fine legislatura hanno sempre un proprio retroscena comico, un’ultima maschera carnevalesca prima della sofferente quaresima elettorale. Questa volta, del resto, lo spettacolo è uscito proprio bene: una buffonata cosmica, un numero da circo di portata colossale. Il movimento di voti e approvazione che sconvolge la politica quando sono toccati i temi caldi della rabbia popolare è qualcosa di vertiginoso e impressionante. Ma dietro alle contingenti beghe politiche c’è forse una realtà storico sociale inquietante che si fa strada attraverso l’arida rabbia dell’insoddisfazione.

La società intera che inveisce contro i propri rappresentanti, che chiede più soldi, più aiuti, più diritti, che riconosce nella politica l’unico nemico visibile (per non parlare dei nemici invisibili che di tanto in tanto ritornano sulla bocca dell’insofferenza) non presenta nessuna speranza nel cambiamento del sistema. Ogni recriminazione o rivolta sociale si consuma nella più completa accettazione e introiezione del sistema vigente, non lotta per cambiarlo ma per ottenere in esso il massimo egoistico profitto. L’alienazione, la disuguaglianza, la prestazione sono diventati un “ordine naturale” delle cose entro il quale ognuno si sforza di ottenere di più, di sentirsi in grado di governare qualcosa.

Poco tempo fa ebbi una discussione, abbastanza irritante a dire il vero, con una donna di buona cultura e relativamente benestante. Senza molte perifrasi tentò di dimostrarmi che la società dei consumi aveva creato le più floride e propizie condizioni di uguaglianza sociale: il padrone e il suo operaio indossano gli stessi jeans, vanno in vacanza nello stesso hotel, nella maggior parte dei casi hanno i figli laureati nella stessa università e si fanno curare dagli stessi medici. La società industriale avanzata avrebbe creato a suo dire la più completa uguaglianza tra gli uomini. Pur ammettendo (ma non ne sono troppo convinto) che il capitalismo contemporaneo abbia permesso una relativa uguaglianza economica, non ho potuto ignorare che in quel discorso era sottesa un’imponente interiorizzazione del sistema, una visione della realtà sotto categorie del tutto economiche ed egoistiche.

Se “l’uomo qualunque” può credere di aver trovato nella società capitalista una completa uguaglianza significa che il capitalismo stesso ha ottenuto il suo più clamoroso successo, inibendo la potenzialità rivoluzionaria dei dominati, impedendo a “chi sta sotto” di riconoscere l’alienazione del proprio lavoro e la scarsa realizzazione del proprio “Io”. Misurare l’uguaglianza attraverso i propri beni di consumo vuol dire dimenticare la propria natura pulsante di uomo, trasformandosi interiormente in automa produttivo.

Aveva assolutamente ragione Marcuse nel dire che “allo stadio più alto dello sviluppo capitalistico corrisponde, nei paesi più avanzati, un basso potenziale rivoluzionario”, nel sistema attuale si è raggiunta la “confortevole, levigata, ragionevole, democratica illibertà” di cui parlava il grande filosofo tedesco. Nelle odierne proteste del web o della piazza, nei referendum autonomisti della Lombardia e del Veneto, nel successo dei populismi e della demagogia non c’è alcun tipo di rivoluzione, non c’è la speranza, non c’è la fantasia. Nessuno contraddice il Pangloss di Voltaire quando dice che ”Le cose non possono essere altrimenti: poiché, tutto essendo fatto per un fine, tutto è necessariamente per il fine migliore”, ognuno accetta e introietta, ognuno cerca di vincere nel “migliore dei mondi possibili”.

Si fa urgente la necessità di innestare germogli nuovi nella sterile rabbia sociale, infondendo speranza, delineando un ideale. Svelare la possibilità di un sistema diverso è l’estrema e inevitabile sfida che si presenta agli intellettuali, purché qualcuno di essi, nel deserto dei giorni odierni, vi creda ancora.

2 Comments

  1. Cercare la “captatio benevolantiae” buttando l’esca nel torbido mare della rabbia popolare è gran misera azione; una promessa di restrizione monetaria alla detestata élite senza elargizione alcuna né idea di giustizia sociale.
    Lo stratagemma può avere successo al fine del voto?
    A voi l’ardua risposta!

  2. Piccolo appunto: “cavaliere” non è più il titolo corretto dell’uomo di Arcore ma, ora è”ex cavaliere” come lo chiamano i giornalisti facendone quasi un altro titolo onorifico, ma non è per nulla onorifico (e neppure onorevole). Il titolo gli lo ha tolto la Repubblica Italiana, cerchiamo di ricordarcelo.

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