The Interview

in Appunti cinefili di

Verso la fine del 2014 la Sony fu vittima di un massiccio attacco informatico da parte di un gruppo di hackers coreani, durante il quale vennero sottratti dati personali di migliaia di dipendenti e alcuni film non ancora proiettati in America. Questi dati vennero usati per ricattare la casa produttrice, chiedendo, in cambio della non divulgazione di questi dati, la cancellazione dell’uscita di The Interview. A questo attacco sono seguite una serie di minacce terroristiche verso i cinema che avessero proiettato questo film, tanto che la distribuzione successiva è avvenuta quasi solo tramite Dvd e piattaforme di streaming, fatta eccezione per poche sale cinematografiche in America.

Questo attacco ha ovviamente fatto crescere a dismisura l’interesse verso la pellicola di Seth Rogen ed Evan Goldberg, e probabilmente ha contribuito a far conoscere questo lavoro ad un tipo di pubblico diverso da quello dei loro vecchi film, relegati da molti a semplici commedie da serata a base di canne e cibo di pessima qualità.

Il problema è che anche The Interview, esattamente come ogni pellicola di Rogen e Goldberg,  è una commedia da serata a base di canne e cibo di pessima qualità.

Tutti coloro che si sono avvicinati a quest’opera aspettandosi una brillante critica alla Corea Socialista, alle politiche di Kim Jong-Un o un qualche tipo di analisi politico-sociale-economica, sono rimasti profondamente delusi. Il film segue lo schema tipico delle opere del duo Rogen-Goldberg: Si prede un argomento serio, che può essere la religione ( This Is The End), L’adolescenza( Suxband) o la morale ( il recente Sausage Party), si inseriscono personaggi di bassa intelligenza, drogati e stereotipati ( anche se interpretati da attori di un certo calibro) e si riduce il tutto all’assurdo più totale, portando lo spettatore a ridere su ogni cosa, senza freni inibitori e senza tabù, il tutto tramite situazioni al limite del paradosso e umorismo becero e di cattivissimo gusto.

In The Interview vittima di questo processo non è il socialismo, e non è neanche la Corea del Nord, bensì il potere stesso. Gli artefici del tutto sono Dave Skylark (James Franco) e Aaron Rappaport (Seth Rogen), rispettivamente conduttore e produttore di una trasmissione trash americana, i quali riescono ad ottenere un’intervista con Kim Jong-Un, loro grande fan. I due partono alla volta della Corea, non prima di essere stati però contattati dalla CIA per uccidere il dittatore. Attraverso festini, droghe, Katy Perry e trovate comiche a metà tra l’imbarazzante e il geniale vediamo una progressiva distruzione della figura del supremo leader, che passa dall’essere l’uomo più cattivo e temuto del mondo ad un semplice sfigato brutto, grasso ed insicuro. Gli autori non hanno neanche tentato di costruire una critica accurata, si sono limitati a prendere in giro il potente di turno, come si potrebbe fare alle scuole elementari con il bullo antipatico che crede di essere il più forte della classe, fino a mandarlo via in lacrime dalla maestra. Il concetto è esattamente lo stesso, ed è applicabile ad ogni uomo di potere. Lo scopo del film non era quello di criticare la Corea del Nord o il comunismo, bensì quello di prendere in giro i potenti fino a mostrare la loro umanità, con tutti i difetti che questa comporta.

D’altronde, fin dall’epoca dei greci, maestri in quest’arte, è risaputo che non esiste niente di più efficace del ridere del potente per togliergli tutto.

 

Sono appassionato di cinema, letteratura e politica. In poche parole non mi piace uscire ma detto così pareva meno brutto.

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