Le ombre di una città smarrita

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Nella calda Bologna d’agosto c’è solo terra arida. All’indomani del violento e ingiustificato sgombero ai centri sociali Làbas e Crash, Bologna fascia le proprie ferite ed assiste sbigottita all’inquietante palesarsi di una profonda e totale crisi di identità.

Lo sgombero dell’ex caserma Masini in Via Orfeo è solo l’ultimo atto di una stagione di sfratti e manganelli: come il palazzo ex-telecom di via Fioravanti, come XM24, come la Biblioteca di via Zamboni 36, di nuovo le cariche, donne e uomini senza dimora, le impacciate giustificazioni di Palazzo D’Accursio. Ma mentre si scaricano le responsabilità e le destre esultano, Bologna perde con Làbas un centro sociale capace di combattere con l’integrazione la crisi delle periferie e la marginalizzazione.

In via Orfeo si è consumato l’ennesimo grido di una città accecata, in cui la pace sociale è stata sacrificata alla logica della repressione e dell’esclusione: il centro va assumendo le vesti pregiate del polo turistico ma intanto, tutto intorno, le periferie traboccano di disagio e povertà. Lo dice un rapporto della fondazione Leone Moressa, Bologna è la città italiana con più alto rischio banlieue: un differenziale di 11 mila euro tra il reddito medio degli italiani e quello degli immigrati, una spesa per l’immigrazione che raggiunge a malapena il 2,5% dei fondi destinati all’assistenzialismo, una popolazione straniera che ha già superato il 15%. Non appena la proverbiale prosperità del capoluogo emiliano ha mostrato i primi segni d’implosione la città tutta è precipitata in un’irreversibile crisi identitaria, come dimostra quantomeno il fatto che il sindaco democratico Merola stia negando gli spazi sociali (come quelli di Atlantide o di XM24) concessi o tollerati dall’unico sindaco dichiaratamente di destra eletto alla guida della città, Giorgio Guazzaloca.

Al dialogo e all’inclusione Bologna ha sostituito la facile soluzione della repressione, dividendo la città in salvi e dannati, porgendo la mano alle frange xenofobe e razziste della destra, scegliendo ancora, nell’ipocrisia, una confortevole disciplina.

Lo sgombero di Làbas è stato inaspettato ma non imprevedibile: alle porte di via Orfeo 46 la polizia è arrivata dopo un anno di cariche e sfratti. I fatti di martedì sono estremamente coerenti con una politica che negli ultimi mesi ha mostrato impunemente i propri discutibili intenti, le proprie fallaci prospettive. È il caso di Piazza Verdi in cui il degrado e la criminalità sono stati arginati con l’installazione di tornelli negli edifici circostanti, è il caso del quartiere Bolognina nel quale il centro sociale XM24 sembra destinato a lasciare spazio a una nuova caserma dei Carabinieri, per la gioia di Salvini che già ha promesso di partecipare all’inaugurazione. In entrambi i casi il motto appare inevitabilmente lo stesso: “noi dentro, voi fuori”. Migranti, senzatetto, tossicodipendenti, zingari, derelitti, ancora porte in faccia, ancora muri e manganelli, come Rio de Janeiro anche Bologna erge il suo muro per nascondere la povertà e il degrado.

E mentre la città incassa 40 milioni per la rivalutazione delle periferie, un assegno per opere pubbliche e “convergenze metropolitane”, una diligenza di denaro da spendere per strade, parcheggi e stazioni, uccide intanto l’impegno e lo sforzo sociale di chi nelle periferie promuove l’integrazione e l’inclusione. Bologna barcolla e latita cieca, dimentica del proprio passato, ignara del proprio destino, si divide e si spezza, perde se stessa: Làbas è solo l’ultimo colpo sulla sua precaria fragilità, è solo l’ultima vittima di una città smarrita.

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