Una comunità rassegnata

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Si parla molto, si parla poco e allo stesso tempo non si parla per niente. La comunità italiana non è più impegnata nel dibattito, e anzi, lo rifugge con ogni mezzo, rifugiandosi nel torpore del web per urlare un paio di slogan; un ottimo metodo, se si vuole evitare il confronto.

Alcuni anni fa (sembrano secoli, vero?) una giornata passata nella Casa del Popolo del proprio paese apriva le menti, che diventavano sempre più ricche, giorno dopo giorno, di esperienze e di fatti, di vissuto. Una fucina di una vera e propria comunità unita, ma soprattutto sempre meno ignorante. Ora, invece, il potente mezzo del web ha dato la parola a tutti, privando però ogni parola del proprio valore, trasformandole in vuoti caratteri prodotti dalle tastiere.

È così che nasce The Subway Wall: dalla necessità di dover discutere, di dover dibattere, di dover portare avanti un dialogo e un confronto, fornendo i mezzi – con le notizie – ed un’opinione, utilizzando la rete. Ma sembra fatica sprecata, soprattutto nella realtà attuale, così sterile di tentativi quanto di opinioni.

Migliaia di persone varcano le frontiere in cerca di una prospettiva di vita migliore di una bomba sulla propria casa o la promessa di povertà degli stati del sud del mondo, eppure tutto quello che sappiamo fare è dire di No.

No a chi soffre.

No a chi vuole vivere.

No a chi non ha speranze.

E ancora prima di aver aperto la bocca e pronunciato quella parola, ecco che centinaia di immagini si frappongono fra noi e l’altro. Immagini di ingiustizie mai perpetrate, di odio mai sentito o mai ricambiato, di piani malefici assurdi per sostituire le razze e di propaganda sensazionalistica da quattro soldi. E allora sì che pronunciamo quel fatidico NO, ma non è più solo una negazione, è uno sputo alla vita e all’esperienza delle persone, un rifiuto della nostra identità di immigranti e di emigrati, di uomini.

Ce la rifacciamo con chi rimane dietro di noi, piuttosto che con chi sta davanti, che le ingiustizie le fa davvero. I più poveri e i più deboli sono scherniti, derisi e infine emarginati, capro espiatorio di una classe che non sa discutere e non sa dibattere, e che se possibile sta male quasi quanto loro.

Ma chi ripone la fiducia nel futuro si sbaglia: la generazione delle chiacchiere da web-salotto ha prodotto armate di cibernetici figli, che se possibile sono ancora più pronti a sparare sentenze sentite in giro dei loro cibernetici genitori, e ancora più pronti ad evitare la discussione nella realtà del mondo, preferendo parlare della hit del momento, o delle ultime gesta dei loro pupilli della rete.

Fa fatica parlare di quello che succede. E fa fatica proprio ora, quando ce n’è più bisogno; quando non è solo di un futuro lontano che si sta parlando, ma delle vite di persone reali che oggi soffrono.

Se scavi in profondità, se arrivi davvero in fondo, se provi ad ascoltare anche solo con un orecchio, tutti hanno qualcosa da dire. Forse anche io.

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