Il Dvce torna in curva: tessera del tifoso e ‘curve nere’

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Le faraoniche cifre del trasferimento di Neymar al Paris-Saint Germain vi hanno nauseato. Ormai conoscete la lista della spesa del Milan a menadito, meglio della vostra. Sbuffate ogniqualvolta Paolo Celata, prima di lanciare la sigla finale del TG di La7, è costretto ad aggiornare il bollettino della tournée interista nel Celeste Impero.  È assodato: durante la stagione balneare, il calcio vi tormenta. Duole informarvi che, purtroppo, non avete esaurito tutte le salse a vostra disposizione. Chi, con santa pazienza, arriverà alla fine di questo articolo, avrà – probabilmente – una scusa in più per tagliare i residui ponti col mondo del pallone. Ma procediamo con ordine.

Tessera del tifoso. Tra un’amichevole estiva e l’altra vi sarà giunta all’orecchio la notizia dell’abolizione – diluita in tre anni, stando al protocollo firmato dai ministri Marco Minniti (Affari Interni) e Luca Lotti (Sport) – della tanto osteggiata ‘tessera del tifoso’. Per i meno avvezzi, una specie di “carta di credito dotata di microchip e foto del possessore, rilasciata e rinnovata dalla Questura”. Obiettivo: identificare con più facilità i supporters e, di conseguenza, “garantire maggiore sicurezza negli stadi” (Agi).

Introdotta nel 2009 per volere di Roberto Maroni, all’epoca titolare del Viminale nel Governo Berlusconi, la tessera si è ben presto rivelata uno strumento coercitivo “forte coi più deboli, zerbino coi potenti”: la farraginosità dei processi di abbonamento ed acquisto dei biglietti ha scoraggiato i cosiddetti sostenitori ‘occasionali’- per lo più famiglie – e consegnato gli spalti ai più caldi ed organizzati “ultras”. Naturale – e comprovata – conseguenza delle misure adottate, il drastico calo di presenzelive’ la domenica”. Tutto ciò che si sarebbe voluto evitare, insomma.

Ideologia negli stadi. Altro fenomeno di grande interesse è la ‘politicizzazione’ delle curve. Gli estremismi, repulsi dalle sedi di dibattito democratico, hanno trovato terreno fertile sulle gradinate dei Comunali d’Italia. In quanto leader carismatici (Weber ci perdoni), i capi ultras necessitano di legittimazione: evidentemente, cavalcare ideali situati alla periferia dello spettro politico è un’arma efficace – quanto grottesca – per mantenere fedele il gregge e giustificare eventuali azioni violente in nome della ‘maglia’.

Ciò avviene soprattutto nell’universo destrorso. Prima che fiocchino accuse di faziosità, ecco i dati raccolti dall’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive (ministero dell’Interno) nell’ultimo censimento delle tifoserie di serie professionistiche, risalente alla stagione sportiva 2014-‘15: dei 382 gruppi organizzati ‘attivi’, 151 manifestano un orientamento ideologico, 85 di questi si collocano ‘a destra’, 40 con sfumature estreme. I restanti 54 pendono a sinistra, 21 in maniera radicale.

Rita Rapisardi de L’Espresso fa inoltre notare come, in generale, i sodalizi di destra siano politicamente più pimpanti: “fanno comunicazione online, puntano sull’immagine, gli slogan” – decisamente vintage – e “organizzano incontri su temi di attualità” cari alla dialettica populista (eufemismo), tipo l’immigrazione e la difesa del territorio. Non a caso, la nostalgia canaglia del Ventennio fa breccia sia in piazze di Serie A che “nei piccoli centri, dove la presenza dello straniero fa più rumore” e l’intolleranza si diffonde più rapidamente.

Rapisardi cita l’etnoantropologo serbo Ivan Colovic che, nel suo scritto “Campo di calcio. Campo di battaglia” (1999) – prezioso per comprendere il diffuso fenomeno del tifo violento nei Balcani – afferma: “ogni domenica gli stadi sono pieni di potenziali fascisti, tanto lo spettacolo si basa sull’odio verso l’altro”.

In Italia. Il fascismo si innerva negli ambienti più ‘organizzati’ del tifo italiano già a partire dal Ventennio. Il repeat ai Mondiali del ‘34 e del ‘38, intervallato dall’oro alle Olimpiadi di Berlino ’36, eleva il pallone a sport popolare per eccellenza, che – di conseguenza – viene abilmente sfruttato dalla propaganda del regime per fomentare patriottismo e senso di appartenenza.

Attualmente, le “curve nere” sono numerose e dislocate lungo tutto lo Stivale. In feudi sospettabili – Varese, Lecco, Ascoli, Chieti – e non, come Lucca e Massa Carrara.

Tra tutte spiccano, con distacco, quelle dell’Hellas Verona e della Lazio, da anni in prima linea nell’esposizione di coreografie e striscioni ampiamente oltre il limite consentito dalla legge Mancino e nel lancio di cori, saluti romani e insulti razzisti ai danni di atleti e tifoserie ‘rivali’. Sia i gialloblu che i biancocelesti sono in sintonia coi colleghi dell’Inter. Non sono da meno altre big come Roma, Juventus e – in certi settori – Milan.

Sul taccuino della Digos anche le cosiddette ‘tifoserie del Triveneto’: Treviso, Padova, Triestina e Vicenza (comunque più tiepida, con frange di sinistra al suo interno). Alle volte, la ‘fratellanza’ ideologica scavalca perfino le inossidabili rivalità di campanile: è il caso di Frosinone e Latina, acerrime nemiche nel ‘derby del basso Lazio’ ed entrambe sotto osservazione degli inquirenti per via dell’estremismo pullulante nelle rispettive curve.

Come è facile intuire, il fenomeno è radicato. Ciò che più preoccupa, però, è il fatto che dilaghi puntualmente oltre i confini nazionali e i tornelli che delimitano le arene sportive dello Stivale. Di questo parleremo nella seconda puntata del nostro approfondimento.

 

1 Comment

  1. Sono da sempre un appassionato del calcio, quello giocato, quello vero nel senso sportivo, ma da un po’ di tempo vado a sostenere, vista la deriva delle tifoserie, che debba esser abolito. La nausea di cui tu parli e davvero latente in me. Sono d’accordo con te e attendo la “seconda puntata”. Saluto cordialmente

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