Sesso, genere e “natura umana”: qualche riflessione

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Ogni periodo storico porta con sé una tensione tra progressismo e tradizionalismo, come è noto. Fino al 17 maggio 1990 l’omosessualità era, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, una malattia mentale. Oggi, all’interno del dibattito pubblico (occidentale perlomeno) nessuno, nemmeno il più becero reazionario, si sognerebbe mai di definire dei “malati” gli omosessuali, a meno di non voler ricevere una carrellata di fango mediatico e significativi problemi giudiziari. Un simile cambio di mentalità non sarebbe mai avvenuto non fosse stato per i milioni di persone che giornalmente hanno lottato per combattere pregiudizi ed oscurantismo, causando sconcerto nell’opinione pubblica ancora poco avvezza alle rivendicazioni degli omosessuali.

Dobbiamo tenere presente questa premessa quando discutiamo di notizie delicate come quella del primo neonato di genere non riconosciuto o di uomini transessuali rimasti incinti; notizie che ci possono trovare diffidenti, ma su cui andrebbe sviluppata una riflessione libera da preconcetti, per cercare di capire più a fondo le complesse problematiche legate all’identità di genere. Andiamo con ordine ed esaminiamo singolarmente le problematiche etico-scientifiche che emergono dai due casi:

Il bambino né maschio né femmina
Siamo in Columbia Britannica, Canada, e un genitore gender queer (di genere non binario) ha richiesto che Searyl, il suo bambino, non venisse registrato in base al suo sesso, in quanto avrebbe dovuto scegliere autonomamente il genere in cui riconoscersi quando ne sarebbe stato in grado. La notizia ha fatto discutere pesantemente e molti hanno ritenuto questa decisione un’assurdità perché prima ancora del genere (che è arbitrario e non “naturale”) viene il sesso, che è una caratteristica biologica dell’individuo e almeno alla nascita non può essere oggetto di discussione. Non indicare il sesso è sembrata dunque una negazione della scienza in nome di qualche capriccio umano; è tuttavia evidente a chiunque osservi il caso libero da pregiudizi che così non è. Indicare il sesso opposto a quello del bambino sarebbe stato negare la scienza (oltre che insensato), ma non specificarlo non nega un bel niente, è semplicemente la scelta di un genitore che non vuole che il processo di costruzione della personalità del figlio venga in qualche modo viziato, come inevitabilmente accadrebbe, da una definizione istituzionale della propria identità sessuale.

Maternità transessuale
Spostiamoci verso sud e approdiamo nell’Oregon, USA, dove il 14 luglio Trystan Reese, un uomo transessuale, ha dato alla luce un bambino, Leo, con il suo partner Bill. Leo è il terzo figlio della coppia (ma il primo biologico) ed è nato pienamente in salute. Non è la prima volta che un fatto simile sale all’onore delle cronache: già nel 2008, sempre nell’Oregon, Thomas Beatie, legalmente uomo, era rimasto incinto. Le due storie viaggiano in parallelo; entrambi gli uomini durante il cambio di sesso avevano deciso di mantenere i propri organi sessuali (quindi i propri uteri) e per prepararsi alla gravidanza hanno smesso di assumere testosterone.

E’ evidente come storie di questo tipo causino orrore nei paladini della “natura umana” secondo cui l’uomo sta con la donna e tutto il resto è perversione/moda/lobby internazionale, ma anche una persona di mentalità medio-progressista può sentirsi quantomeno turbata davanti a avvenimenti del genere. Questo perché nella cultura contemporanea viene ancora spontaneo ragionare in termini binari per quanto riguarda le relazioni sessuali/sentimentali/familiari; il maschile ha una sua precisa sfera di riferimento, e così il femminile. La maternità appartiene in tutto e per tutto alla sfera femminile, e se pure risulta più o meno legittimo rinunciare al proprio genere per abbracciare l’altro, è percepito come sacrilego staccare il concetto di maternità dal genere femminile.

Questo ragionamento tuttavia è a dir poco esclusivo e non ha alcun fondamento logico, si basa al contrario unicamente su un retaggio culturale di lunghissima data che solo negli ultimi tempi stiamo riuscendo a lasciarci alle spalle: quello del patriarcato, che assegna all’uomo la dimensione pubblica e politica e alla donna quella privata e familiare. La “gravidanza maschile” dunque non ha nulla di innaturale, è semplicemente un modo diverso di concepire la famiglia rispetto a quello tradizionale.

Cercare di riflettere sui fatti che ci vengono presentati, non reagire mai di pancia, sforzarsi di comprendere la diversità sono passi fondamentali per la crescita e lo sviluppo di una società; a tal proposito consiglio questo sito per fare un po’ di chiarezza terminologica sulle varie identità di genere, che spesso vengono tutte erroneamente ricondotte a quella trans. Per riprendere quanto dicevo all’inizio, quelle che oggi vediamo come stranezze tra cinquant’anni saranno molto probabilmente normalità, quindi posiamo il martello del giudizio e cerchiamo di liberarci dalle briglie culturali del sessismo e dell’omofobia. La storia un giorno ci darà ragione.

Studio Scienze Politiche a Bologna, ma sono nato nelle lande nebbiose della Lombardia. Wittgenstein e Nanni Moretti mi hanno insegnato l'importanza delle parole, perciò scrivo.

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