Capitolo 7 – L’amante di Lady Chatterley

in La sottile linea rossa - Diario di un piddino di

Il nostro tempo è essenzialmente tragico, quindi ci rifiutiamo di prenderlo tragicamente. Il cataclisma s’è abbattuto, siamo tra le rovine; cominciamo a ricostruire nuovi piccoli centri di vita, a nutrire nuove piccole speranze. È un lavoro piuttosto duro; la strada verso l’avvenire non è agevole: bisogna aggirare gli ostacoli o cercare di scavalcarli. Per quanto grande il numero dei cieli che ci sono crollati sulla testa, dobbiamo pur vivere.
Tale, più o meno, è la situazione del Partito Democratico.
Dopo la sconfitta del 4 dicembre 2016 non siamo stati più gli stessi. Un partito in rovina, distrutto dall’interno, imploso per la superbia di uno e per la superbia di tutti quelli che credono superbo quell’uno. Si cammina sui cocci, si cerca di camminare sugli scricchiolii di un castello frantumatosi in mille pezzi. Ho scritto castello? Ho sbagliato, magari fosse stato un castello, il mio partito. Il PD è sempre stato un rudere. Al quale si dipinge ogni volta la facciata per sembrare in perfette condizioni. Resistiamo. Nonostante la catastrofe.
Tale, più o meno, è la situazione di Maria Elena Boschi.
In costante crisi mediatica: uno scandalo qui, uno là, tutti la odiano, Maria Elena Etruria, la sacerdotessa del Giglio Magico, un referendum disastroso. Eppure lei è sempre viva, sventolante la bandiera della fiducia del partito, sempre in prima linea in parlamento dove intreccia relazioni proficue per il Governo come una vedova nera tesse la sua tela, in attesa delle prede da divorare, in attesa di deputati da muovere come pedine su una scacchiera. È una stratega, ora questo lo sanno tutti. Ma io l’avevo capito prima degli altri.

Me la ricordo bene, nel 2013, in quelle giornate concitate del “non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi”, dell’”abbiamo un po’ vinto e un po’ perso” bersaniani. I giorni bugiardi. Camminava a passo svelto lungo il Transatlantico, stringeva tra le braccia una cartellina di pelle griffatissima. Mani in tasca, mi misi davanti a lei costringendola ad una brusca frenata.
“Ciao, ****.”, mi salutò.
“Hai fretta?”, chiesi.
“No.”
“Senti, posso invitarti a cena?”
“Ma certo che puoi.”, rispose lei con quel mezzo sorriso sornione che la contraddistingueva.
I miei ormoni sussultarono, non avrei mai creduto che sarebbe stato così facile. Sono un bel ragazzo ma non credevo che bastasse questo per farmi dire di sì. Comunque non dovevo correre troppo, aveva solo accettato un banalissimo invito a cena.
“Va bene se passo a prenderti alle 8? Tipo stasera?”
“Ho detto che puoi invitarmi, non ho detto che vengo a cena con te.”
Ecco. C’era l’inghippo. Ovvio. Che stronzo che sei, ****, mi dissi.
La mia delusione era così evidente che lei mi sorrise e mi accarezzò maternamente il braccio. Poi mi tirò per la manica della camicia e mi trascinò con lei. A questo punto mi sarebbe piaciuto tantissimo dire che mi condusse in una stanza, che chiuse la porta alle sue spalle e che baciandomi mi allentò la cravatta mentre io cercavo di capire da dove sbottonarle il vestito; mi sarebbe piaciuto tantissimo, ma non successe.
Entrammo, invece, in una stanza piena di cartelle polverose illuminata da una grande finestra. Lei si avvicinò alla finestra e appoggiò la fronte sul vetro. “È o non è la più bella vista che si possa desiderare?”, mi domandò. Mi appoggiai al muro, a braccia conserte e a gambe incrociate, guardandola mentre perdeva lo sguardo sul panorama della Roma del potere.
“Ti piace proprio quello che fai, eh.”, dissi.
“Se non mi piacesse non sarei qui.”
“A cosa ambisci, Boschi?”
“Ambisco. E basta. La mia ambizione è un concetto generale.”
“Cosa vuoi? Il dominio sul mondo? Guarda che è difficile…”, feci ironico io.
“Vorrei tante cose.”, disse continuando a guardare oltre il vetro.
“Tipo?”
“Tu cosa vorresti?”
“Vorrei che non mi rispondessi con una domanda, per esempio.”
“Io vorrei che non mi avessi invitato a cena. Sei molto di più di uno che invita a cena una sua collega.”
“Comunque non me la sono presa; sono abituato ai due di picche.”
“Secondo te c’è qualcosa di male ad essere ambiziosa?”
Sembrava seguire solo il suo discorso, la sua linea, continuava a guardare fuori da quella maledetta finestra, come se non fossi lì presente con la mia persona ma fossi solo una specie di interlocutore esterno, una voce fuori campo.
“Assolutamente niente. Io sono come te, solo che sono più indolente, più disinteressato, sono un uomo… No, in effetti forse non sono come te. Io sono pieno di dubbi, certe volte mi chiedo che cosa ci faccio qui, in mezzo a questo delirio.”
“Ti piace starci?”
“Nonostante tutto… sì.”
“Allora sei proprio come me.”
Lo disse guardandomi. Aveva smesso di scrutare la propaggine esterna della sua ambizione fuori da quella finestra ed era tornata ad una più deludente, meno poetica realtà. “Secondo te ce la faremo?”, mi domandò. Capii subito a cosa si riferisse. Stava parlando del Governo. Ce l’avremmo fatta ad avere un governo stabile per fare le riforme?
“Ma sì.”, le risposi. Finsi una convinzione degna di Matteo Renzi. Mi sarei dato un Oscar da solo.
Sorrise, tenendo la bocca chiusa.
“Si vede che non lo pensi davvero.”, disse lei.
Niente Oscar, quell’anno l’avrebbe vinto Daniel Day-Lewis come al solito.
“Torniamo a lavorare.”, aggiunse spingendomi simpaticamente fuori dalla stanza.
Niente cena romantica, quella sera avrei cenato da solo come al solito.

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