Le IA: nuovi cervelli e vecchi problemi

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In tempi recenti, complice la modesta ripresa economica e un lieve ottimismo da parte degli operatori economici, nonché il rilancio degli investimenti in tutto il mondo, specie nelle economie più avanzate, è tornato alla ribalta un tema cruciale per il futuro dell’economia e della società per come la conosciamo: l’intelligenza artificiale.

In merito, si vedono contrapporsi visioni alquanto antitetiche e configgenti riguardo ai ruoli e compiti che una IA dovrebbe svolgere all’interno non soltanto del mondo della produzione, ma anche come “ente” in grado di ragionare e agire in modo autonomo. Da un lato, infatti, abbiamo una buona parte dell’elìte scientifica, finanziaria, industriale che spinge affinché le macchine prendano il posto degli esseri umani, ventilando un futuro di progressi tecnologici e miglioramenti della qualità della vita mai visti in precedenza. D’altro canto, si è diffusa una certa inquietudine in merito al fatto che le IA possano rendere inutili e obsoleti lavori non soltanto “poco qualificati”, ma anche “skill intensive”, ossia lavori che chiedono anni di formazione, studio ed esperienza, e che tendenzialmente comportano un’adeguata remunerazione (un esempio fra tutti: il chirurgo).

Chiaramente, è opinione di chi scrive il fatto che visioni troppo catastrofiche e apocalittiche in merito all’”aggressività” o alla “ribellione” delle intelligenze artificiali rispetto all’uomo, per quanto dotate di un certo fascino e già elaborate durante la metà del secolo scorso da diversi scrittori di fantascienza (esempio su tutti: “ma gli Androidi sognano Pecore Elettriche?” di Philip K. Dick – libro da cui è ispirato il celeberrimo film “Blade Runner”), non corrispondano ad uno scenario verosimile nel breve-medio periodo. Come è vero che l’uomo sia in grado di programmare una IA, è altrettanto vero che un operatore del settore è in grado di costruire dei meccanismi di salvaguardia e controllo efficaci.

Dunque, fugati i dubbi di ordine fantascientifico, il problema che resta è comunque epocale e forse addirittura più inquietante. Ovviamente, la IA rimane uno “strumento”, o se meglio vogliamo dire, un “mezzo di produzione”, sempre più sofisticato ed elaborato, al servizio dell’imprenditore/investitore. E il più banale e ovvio problema per chi è chiamato a riflettere su questi temi, è se la IA non diventi, in un periodo di tempo troppo breve un mezzo troppo efficace, non dando modo al lavoratore (che abbiamo visto non essere solamente la “tuta blu”, ma anche lo stimato professionista, o addirittura lo strapotente CEO) di formarsi al netto di questo epocale balzo tecnologico.

Senza scadere in retoriche spicciole, o addirittura “luddiste” del problema, occorre innanzitutto pensare la soluzione a questo problema non è da trovarsi esclusivamente nel rapporto uomo- IA, anzi, in questa fase iniziale quantomeno, sarebbe da trovarsi tra uomo lavoratore e uomo proprietario della IA stessa. Il presupposto da cui partire è vecchio quanto il sistema economico capitalistico attuale: occorre prendere coscienza del fatto che non sempre un progresso tecnologico impressionante e innovativo, o una drastica riduzione dei costi giova al sistema economico. Spesso invece è la causa del suo collasso. E spesso, scelte politiche che appaiono un danno alla produzione si rivelano invece vitali per il mutamento progressivo dell’economia stessa. Un esempio fra tutti: nelle catene di montaggio Britanniche del tardo ‘700 e del primo ‘800 le condizioni di lavoro e salario erano -come noto- inumane e il lavoro minorile era diffuso quasi più che in epoca schiavista. Chiaramente, un fanciullo pagato poco e svelto di mano e gamba era estremamente più produttivo di un operaio di 30 anni, e ne costava un quarto. Tuttavia, a seguito dell’abolizione del lavoro minorile, l’economia non subì un tracollo, anzi, mediante l’istruzione, il lavoro divenne sempre più qualificato. Come è facile osservare, la scelta di abolire il lavoro minorile non fu dettata da ragioni di produzione o efficienza, e tuttavia se ne trassero benefici nel lungo periodo.

Dunque, questo approccio non è forse, in alcuni suoi tratti, riproponibile nei confronti delle IA? Dato che, in una prospettiva ampia e globale il sistema economico e la produzione devono essere a servizio sia dell’imprenditore che dell’intera collettività, occorre premunirsi e disegnare sin da subito opportuni correttivi ad un fenomeno che rischia di mettere in dissesto l’intero mondo del lavoro per come lo si conosce.

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