Capitolo 8 – La versione di Barney

in La sottile linea rossa - Diario di un piddino di

Tutta colpa di Renzi. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l’altro mettendomi a scribacchiare un diario nella mia condizione di parlamentare e tesserato violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. Non posso lasciare senza risposta le volgari insinuazioni di chi dice che non me ne frega niente del partito, non me ne frega niente della stabilità del governo, non me ne frega niente delle riforme. No, non è così.
Quando ero un ragazzo e bazzicavo nella sezione giovani virgulti del mio partito (che poi all’epoca era il PDS, che poi sono diventati i DS, che poi è diventato boh), venne a cercarmi Massimo D’Alema. Massimo D’Alema era un totem, una leggenda, amato e odiato da tutti nello stesso momento, un guru, un catalizzatore di attenzioni. Quando fummo uno davanti all’altro mi squadrò con così tanta attenzione che probabilmente avrebbe potuto dire quanti capillari c’erano nei miei occhi stanchi di una nottata passata a piazzare volantini ovunque. Non mi disse niente, non disse una parola. Il suo baffetto si inarcò e mi diede una pacca sulla spalla. Fine. Non fu l’ultima volta che lo vidi e, ogni volta, i nostri incontri iniziavano e finivano con quella pacca sulla spalla e il baffetto inarcato.
Quando nel 2007, dalle ceneri dei DS e della Margherita (che poi che cazzo di nome è La Margherita?), venne fondato il Partito Democratico mi ero laureato da poco ma ero abbastanza esperto per capire che di nuovo c’era poco. Far confluire in un unico partito degli ex comunisti e degli ex democristiani era un errore gigantesco. Metti un democristiano e un comunista nella stessa stanza e il democristiano ucciderà il comunista e poi si sparerà alla testa per il senso di colpa, quindi non ne rimarrà nessuno.
E così caddero i governi di centrosinistra e vinsero quelli di centrodestra, e vinse Berlusconi come al solito. E fu sera e fu mattina, primo anno. Si nasceva sotto i migliori auspici, insomma.
L’ombra di Massimo D’Alema era sempre presente e ogni volta che mi incontrava era la solita pacca e il solito silenzio.
Più tardi qualcuno capì che forse era impossibile far coesistere delle istanze così diverse e suicide in un partito così debole e irrisolto. Non era Bersani, quel qualcuno. Né Franceschini, né la allora pasionaria Serracchiani.
Matteo Renzi era sindaco di Firenze quando decise di sfidare Bersani alle primarie. Le perse, eh, si sa, ma intanto era mediaticamente forte il doppio di Bersani. Insomma, aveva vinto comunque.
Bersani vinse le elezioni del 2013 ma non riuscì ad ottenere la maggioranza che gli avrebbe consentito di governare. La solita storia di noi perdenti. Non vinciamo neanche quando vinciamo.
Quando a mezzanotte e quarantatré minuti del 24 febbraio del 2014, Matteo Renzi ottenne la fiducia in Senato, Enrico Letta aveva smesso da un pezzo di stare sereno. La storia la conoscete. Quello che non sapete è che Massimo D’Alema mi incontrò anche quella sera. Mi guardò senza dire nulla e mi mise la mano sulla spalla sinistra, adempiendo a quel solito inquietante rito che – ci giurerei – era studiato nei minimi, simbolici, dettagli. Solo che stavolta parlò. Disse: “Quello che sta succedendo non va bene. Devi fare qualcosa.”
La verità è che D’Alema, quel giorno di tanti anni fa, mi aveva sopravvalutato. Non ci saranno nuovi D’Alema, non sono io il suo erede. Glielo dissi. Dissi che non avrei voltato le spalle a Matteo Renzi. Mi guardò con sdegno, con i baffetti che cambiarono angolazione e la fronte corrugata. “Ho puntato sul cavallo sbagliato, ****?”, mi disse. Strinsi le labbra. “Mi stai dicendo che butti all’aria tutti questi anni per Matteo Renzi?”, disse ridacchiando mentre si allontanava con le mani nel cappotto e i suoi alteri passi, silenziosi, solcavano l’asfalto.
È andata male, anche con Renzi. Portiamoci a casa questa fine legislatura con il buon Paolo Gentiloni, come una squadra di mezza classifica che non ha più obiettivi in campionato già a metà stagione.
Io non ho tradito. Non me ne sono andato, neanche dopo la sconfitta. Ero lo strumento che nei piani di D’Alema avrebbe dovuto creare la crisi, ma non l’ho fatto. Ed è tutta colpa di Renzi. Io ci ho creduto veramente.
Ora sono seduto su una poltroncina, in uno studio di La7, ad aspettare che Parenzo mi interrompa per mandare la pubblicità, a fingere di credere ancora. Tanto chi, meglio di noi, ha imparato a fingere così bene?

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