(In)stallà, i nostri giorni a Ventimiglia: puntata 1

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Ventimiglia – piccola cittadina ligure al confine con la Francia – è, ormai da più di due anni, tappa obbligata per chi cerca fortuna Oltralpe, Oltremanica o nelle nazioni dell’Europa centro-settentrionale. Un passaggio che, negli ultimi tempi, si è fatto più difficile, visti i controlli sempre più rigidi da parte delle autorità francesi. Proprio questo inasprimento delle misure di ‘sicurezza’ è causa diretta dell’attuale situazione di emergenza: centinaia di migranti sono costretti a vivere in condizioni critiche, dimorando stabilmente sotto il ponte delle Gianchette o lungo il fiume Roia.

Eppure, lungo la costa, l’estate continua a scorrere inesorabile: di giorno, troviamo spiagge piene di famiglie – francesi e italiane – che si rilassano e bambini che si divertono a farsi travolgere dalle violente onde del Mar Ligure; di sera, i ristoranti e le gelaterie sul lungomare sono stipate di turisti che si godono il riposo agostano; a Ventimiglia Alta, piccolo borgo della città, si susseguono le feste di paese.

Un pomeriggio abbiamo anche la fortuna di assistere allo svolgimento di una delle attività ginniche più emblematiche del “Paese reale”, ingrediente essenziale della stagione balneare italiana: la (sacra) partita di bocce. Anziani talenti – rigorosamente muniti di metro e di un ingegnosissimo raccogli-bocce (potente calamita, attaccata ad un filo, che consente di evitare squat potenzialmente fatali) – si sfidano all’ultimo colpo lanciando sberleffi ed imprecazioni.

Tutte caratteristiche della tipica località marittima dello Stivale, insomma. Ci basta passeggiare un pomeriggio per capire che, in realtà, la città è spaccata in due microcosmi tra loro fortemente contrastanti. Via Cavour, arteria principale del paese, costituisce simbolicamente una sorta di muro divisorio fra questi due universi paralleli: da un lato, il lungomare ospita il mondo del benessere, quello che balla sulle note di “Riccione” e pensa alla tintarella; dall’altro, sogni e disperazione si mescolano in un contesto ai limiti del vivibile.

Di sera, la stazione è un dormitorio a cielo aperto. Di giorno, si trasforma in uno dei principali centri d’aggregazione per i migranti di passaggio nel comune ligure. E’ questo il primo punto di approdo per molti di loro, arrivati da ogni parte d’Italia con l’obiettivo di superare il confine in tempi celeri. La stazione è, dunque, anche luogo di speranza: da qui, molti tentano la sorte salendo su un treno diretto a Nizza e, vestendosi con abiti eleganti, cercano di confondersi fra i ‘civili’ per raggiungere il territorio francese.

Il vero luogo critico della città è, però, il lungo fiume che scorre sotto il ponte delle Gianchette, quartiere poco distante dal centro di Ventimiglia. Qui un considerevole numero di persone, soprattutto gruppi di uomini, decide di accamparsi come può in attesa di organizzare il passaggio di frontiera. Il clima estivo agevola la vita all’aperto, ma l’inverno complicherà sicuramente la situazione. L’emergenza è palpabile. La convivenza non è semplice. Sia per i residenti, che non si sentono del tutto sicuri, giustificati dalle risse che talvolta si accendono fra i migranti più irascibili, sia – e soprattutto – per chi è costretto a trascorrere le proprie giornate in condizioni disumane. I volti dei ragazzi che incontriamo sono spesso spenti e sconfitti; alcuni trovano rifugio in alcool e sigarette, altri spezzano la routine con partite di pallone. Come in ogni comunità umana, anche alle Gianchette la complessità regna sovrana: c’è chi nel momento di difficoltà – l’ennesima, dopo aver attraversato mari e deserti – sa reagire positivamente e chi, invece, sente la necessità di sfogare in maniera dannosa rabbia, dolore e frustrazione accumulati durante la traversata odisseica.

 

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