(In)stallà, i nostri giorni a Ventimiglia: puntata 2

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A Ventimiglia esiste un centro di accoglienza gestito dalla Croce Rossa: il Campo Roja. Può ospitare fino a cinquecento persone, ma molti migranti sono costretti a scartare quest’opzione per via della lontananza della struttura dal centro storico: quattro chilometri, da percorre in buona parte su una strada in cui le macchine sfrecciano ad alta velocità. Per evitare ai più deboli la fatica di coprire quotidianamente una simile distanza, Don Rito Alvarez – rinominato il “prete dei migranti” – aveva messo a disposizione di donne e bambini la sua Chiesa della Natività: dieci minuti a piedi dalla città. Parliamo al passato perché Don Rito è stato costretto a chiudere le porte della sua parrocchia su richiesta della Prefettura di Imperia.

Prefettura che sta cercando di gestire l’emergenza al meglio delle proprie potenzialità, ma che deve fare i conti anche con l’esasperazione – nemmeno troppo latente – della popolazione ventimigliese. Ne abbiamo prova concreta il secondo giorno, quando ci imbattiamo in una manifestazione di un centinaio di cittadini che chiedono di fermare la costruzione di un nuovo centro di accoglienza destinato ad ospitare circa quaranta minori in zona Marina San Giuseppe. Un corteo pacifico che mette in prima fila bambini con in mano uno striscione che recita: “L’accoglienza sia SOSTENIBILE! NO ad altri centri di accoglienza in città”. Nel pomeriggio della stessa giornata, ci capita di essere protagonisti di uno spiacevole episodio: arrivati nei pressi della Natività, chiediamo ad un fruttivendolo della zona se il campanile che sbuca alle spalle della sua bancarella sia proprio quello della parrocchia di Don Rito. L’uomo ci fredda con una risposta secca e sgarbata: “non sono del luogo”. Atteggiamenti sintomatici di una comunità sull’orlo di una crisi di nervi.

Lo stesso giorno, prendiamo un pulmino per raggiungere Grimaldi Superiore, uno degli ultimi borghetti italiani situati a ridosso del confine francese, circa otto chilometri più ad ovest di Ventimiglia. Da percorrere quasi tutti in salita. Solitamente, i migranti li fanno a piedi. Attraversata l’unica via del paesino, arriviamo all’imbocco del sentiero rinominato “Passo della morte”. Da sempre, questo passaggio è stato percorso da persone in cerca di una nuova vita. Durante la Seconda Guerra Mondiale, veniva utilizzato da antifascisti ed ebrei in fuga dalle leggi razziali emanate nel 1938 da Mussolini. Negli anni Novanta, ne hanno usufruito i profughi jugoslavi. Nel 2011, i tunisini fuggiti dalle primavere arabe.

Non facciamo in tempo ad imboccarlo che troviamo scarpe, vestiti, ciabatte, spazzolini, dentifrici, giubbotti e maglioni gettati a terra. In una casetta abbandonata, che probabilmente funge da dormitorio per le persone di passaggio, incontriamo una vera e propria distesa di oggetti. Spesso, i migranti si accampano in questa prima parte di sentiero fino alle 2 o 3 di notte. Una volta alzati, strappano tutti i loro documenti o biglietti, abbandonano qualsiasi borsa o zaino, si cambiano per avere un aspetto migliore e poi partono verso il confine.

Nonostante sia giorno e il sole ci illumini il cammino, rischiamo di perderci più volte: il Passo è un labirinto di sentieri, sterpaglie e rovi. Per sopravvivere, bisogna raggiungere il fondo di una gola e poi inerpicarsi su un rilievo molto alto fino al raggiungimento di una rete che segna fisicamente il confine. Una volta arrivati, l’ultimo sforzo da compiere per respirare aria di libertà è quello di individuare la zona bucata della recinzione. Da qui, comincia la discesa verso Mentone. Oltre a sperare di non incontrare la Gendarmerie sulla propria strada, bisogna evitare un errore comune: molti migranti – in maniera logica, ma ingenua – decidono di virare subito a sinistra verso la costa, incappando in una letale trappola di burroni. Per raggiungere l’hinterland della prima città francese, invece, è necessario dirigersi verso destra.

Il sentiero non è l’unica possibilità. Molti migranti provano ad arrivare in Francia fiancheggiando l’Autostrada. Una rete alta qualche metro ci separa dal ponte dell’A10 e da un cartello che annuncia il cambio di stato a 200 metri di distanza. Un gioco da ragazzi, apparentemente, per chi è riuscito ad attraversare indenne il Mediterraneo e tutto lo Stivale. Per alcuni, però, è stato l’ultimo tentativo: diverse persone sono state travolte da camion e macchine dentro la prima galleria.

Il Passo della morte è così carico di umanità che si fa fatica a trovare le parole giuste per raccontarlo. In ogni singolo indumento abbandonato si possono osservare singole storie di vita, di viaggi, di racconti. Persone che hanno dovuto abbandonare la loro casa per affrontare avventure disumane, per poi abbandonare di nuovo tutto e ripartire ancora, inseguendo una pace che si fa sempre più fatica a trovare.

 

Prima puntata del nostro reportage.

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