Libia, capolinea dei migranti

in Immigrazione/Mama Africa di

Serenità e pace. I notiziari nazionali non trasmettono più immagini di sbarchi e il popolo italiano si sente più sicuro. Settembre si apre con poco più di 800 migranti sbarcati sulle coste italiane: un calo drastico rispetto ai quasi 17mila registrati esattamente un anno fa. Tutto si stabilizza, si torna a lavorare e ognuno può riprendere la propria routine quotidiana fatta di Serie A e schedine.

Sembra quasi che qualcuno abbia costruito un muro ‘fisico’ lungo il Mediterraneo. Così, però, non è. Dunque, a cosa sono dovuti questi cali vertiginosi? Il noto “Codice Minniti” per la condotta delle Ong, al centro della bufera per diverse settimane, non è connesso a questi dati.

Secondo un’inchiesta di Associated Press (ripresa da Valigia Blu), l’Italia avrebbe stretto accordi con due milizie libiche (“Al-Ammu” e “Brigata 48”) per rallentare i flussi migratori dalla Libia.
Fino a due mesi fa le milizie erano coinvolte nel traffico di migranti; oggi, in seguito ad un accordo con il governo italiano e con Fayez al-Sarraj (Primo ministro del governo di Accordo Nazionale della Libia, riconosciuto internazionalmente) per integrarli nelle forze del ministero della Difesa Libici, Al-Ammu e Brigata 48 impediscono alle imbarcazioni di partire da Sabratha in cambio di attrezzature, barche e un compenso economico. Un vero e proprio “tappo” o “tampone” monetario per mettere in stallo la situazione in Libia e rallentare i flussi migratori.

Fin qui l’idea potrebbe anche sembrare ragionevole, se non fosse che in questi territori i diritti umani non sono propriamente di casa. I migranti sono trattenuti nei campi di prigionia libici in condizioni drammatiche e disumane. I centri di detenzione sono dozzine, come racconta Francesca Mannocchi sull’Espresso, e si distinguono in due tipi: quelli ‘ufficiali’, gestiti da milizie governative e dalla Guardia Costiera Libica, e quelli ‘segreti’ e illegali, in mano ai trafficanti.
Quelli illegali non sono accessibili a nessuno: né giornalisti, né polizia, né organizzazioni umanitarie. Non si possono nemmeno immaginare i soprusi subiti da uomini e donne imprigionati in questi luoghi: stupri, sfruttamenti, violenze fisiche.
Le testimonianze che arrivano dai centri di detenzione ufficiali di Zawhia e Surman non sono per nulla rassicuranti. A Zawhia i migranti vengono ammassati in stanze da 200 persone: tutti si sentono abbandonati e impauriti; trattati come animali, nessuno sa dire loro fino a quando saranno rinchiusi. A Surman sono nati quattro bambini senza nessuna visita da parte dei medici; mancano pannolini, latte e le condizioni igieniche sono critiche.
In tutti questi centri, per ragioni di sicurezza, non riescono ad arrivare le organizzazioni umanitarie con medici e assistenti. Migliaia di persone sono bloccate in questo limbo infernale.
Questa è la Libia in cui l’Europa e l’Italia hanno deciso di fermare l’emorragia dei migranti. Un capolinea che rischia di essere una trappola fatale per moltissime persone.

Diverse sirene sono scattate per sollecitare gli stati europei a correggere il tiro su queste politiche mal congeniate. Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto commissario Onu per i diritti umani, è rimasto scioccato dai rapporti che descrivono la situazione in cui si trovano queste persone e ha sollecitato gli stati europei a garantire i diritti e la dignità dei migranti in qualsiasi rapporto di cooperazione con la Libia.
Anche la presidente internazionale di Medici senza Frontiere, Joanne Lui, ha denunciato con una lettera aperta la violenza e gli orrori visti nei centri di detenzione di Tripoli.

La vera questione è: le politiche italiane ed europee si limiteranno a riproporre questo “tampone” sulle coste libiche a suon di contributi economici senza interessarsi delle condizioni di queste persone o cercheranno di umanizzare la situazione, costringendo le forze libiche a rispettare i diritti umani nei centri di detenzione?
Difficile rispondere adesso a queste domande: molto passerà anche dagli sviluppi della complessa situazione libica, ma da qui si determinerà il successo o il fallimento delle manovre strategiche guidate dalla coppia Minniti-Gentiloni.

Nei prossimi mesi si potrà capire se tutti questi sforzi porteranno ad un trionfo dei diritti umani in seguito ad un lungo processo di accurate strategie politiche o all’ennesimo disastro umanitario in nome della tanto agognata sicurezza dei confini europei.
Al momento, la strada che propende per la prima opzione appare molto più in salita della seconda. Ma tutto è ancora possibile.

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