(In)stallà, i nostri giorni a Ventimiglia: puntata 3

in (In)stallà, Primo viaggio a Ventimiglia di

Per noi, Ventimiglia non è stata solo una rassegna di episodi spiacevoli. In mezzo a tanta sofferenza, ci sono stati anche dei piccoli fari che, con la loro luce e la loro speranza, hanno illuminato la nostra esperienza.

Il primo giorno incontriamo una giovane famiglia immigrata, composta dai genitori e da tre piccole pesti. Li vediamo arrivare da lontano: sorridenti, felici. I due figli più grandi, di circa 6 o 7 anni, si rincorrono e scherzano, si parlano nelle orecchie, scambiandosi segreti. Passano davanti a noi, che li osserviamo con un sorriso spensierato. Il padre ci rivolge un timido saluto: “Ciao”. Noi, un po’ spiazzati, ricambiamo il saluto e li vediamo andare via, diretti – probabilmente – al campo Roja. Nei 30 secondi in cui tutto è avvenuto, crediamo di aver visto materializzarsi il “labor limae” della vita: ossia riuscire a fare una cosa così difficile, come essere felici, in maniera totalmente disinvolta, seppur immersi in una realtà così complicata e tortuosa. Questa scena rimarrà sempre scolpita nei nostri cuori.

L’altro faro di Ventimiglia, quello più luminoso – non solo per noi, ma per tutti coloro che transitano per questo periferico paesino ligure – è la signora Delia Buonuomo, proprietaria del Bar Hobbit.
Delia, la ‘Mami’ dei migranti, è una signora minuta che gestisce il locale da una vita. A volte sa essere severa, ma per farsi rispettare da questi ragazzi – che, spesso, non hanno ricevuto un’educazione solida – ci vuole disciplina. Dietro questa scorza dura, però, c’è un cuore enorme. Delia sta aiutando moltissime persone in difficoltà. Permette ai ragazzi di caricare il cellulare – strumento fondamentale per chi sta cercando di attraversare il mondo senza conoscere nessuno – in cambio di una consumazione simbolica. Ha riadattato (e scontato) tutti i suoi prodotti per loro: dai biscotti ai panini che prepara con amore. In certi casi, serve anche un piatto di pasta fumante oppure un biberon di latte caldo per i più piccoli. Ha dovuto rivoluzionare tutto, anche perché, negli ultimi anni, la clientela italiana l’ha ostracizzata: nel bar, transitano, infatti, solo migranti e ragazzi volontari che arrivano da tutta Italia per dare una mano (su tutte, Progetto20K e No Borders sono le associazioni più attive).

Il pomeriggio del secondo giorno, dopo averci visto bazzicare più volte il bar, si siede al nostro tavolo, si accende una sigaretta e ci svela numerosi retroscena. In particolare, ci parla delle sue difficoltà con le forze dell’ordine, che non hanno esitato ad ostacolarla in un momento difficile della sua vita, e dei legami che sta stringendo coi ‘suoi’ ragazzi.

Di alcuni conosciamo anche le storie, sempre variegate. Paki – facile intuire il legame tra soprannome e nazionalità – vive in Italia da undici anni. Almeno da un paio sta cercando di tornare in patria, ma non è ancora riuscito ad ottenere l’espatrio. Ogni sera, prima di tornare al Campo Roja, Paki si occupa di distribuire il pane avanzato del bar ai migranti che dormono davanti la Stazione. Poi, c’è ItaliaUno, ribattezzato così da Delia perché “quando metto sul 6 per vedere il telegiornale, lui – puntualmente – spegne il televisore e si mette ad ascoltare la musica ad alto volume”. ItaliaUno si è stabilito a Ventimiglia e, lavorando, riesce a pagarsi l’affitto. Delia ha dovuto “metterci la faccia” per convincere i proprietari di casa, garantendo sulla sua buona fede. Adu, invece, vive a Genova in pianta stabile, ma torna regolarmente a Ventimiglia ad “aiutare i fratelli in difficoltà”. Spesso, si occupa di portare giochi ai bambini del Campo Roja.

Infine, incontriamo un ragazzo molto giovane. I lineamenti ancora acerbi ci suggeriscono possa avere la nostra età. Si siede sullo sgabello del bancone. Vorrebbe ordinare da mangiare, ma non conosce l’italiano e fa fatica ad esprimersi. Delia prova a parlare in francese e la situazione si sblocca. Con difficoltà, estrae dalla tasca tre euro e cinquanta centesimi. Per assicurarsi il bicchiere di latte che desidera, gli serve un altro euro. Il suo sguardo candido, innocente, si posa sulla tasca sinistra, fino ad allora inesplorata. Da lì, riesce ad estrarre la moneta mancante. Paradossale come le persone che etichettiamo come ‘migranti economici’ facciano fatica a racimolare quattro euro e cinquanta per garantirsi la colazione.   

Prima di salutarci, si volta verso un gruppo di ‘clienti’ e, scherzando (ma non troppo) dice loro: “Tra cinquant’anni, saremo noi europei ad invadere l’Africa coi barconi. Quando arriverà quel giorno, ricordatevi di ‘Mami’ e lasciatela passare”. Poi, si volta verso di noi e ci confessa: “io non ho paura di loro, ho paura di tutti gli altri”. In questa semplice frase è raccolta tutta la complessità che caratterizza Ventimiglia.

“Il Campo Roja è alle spalle della chiesa di Don Rito: duecento metri più avanti e stallà. Ventimiglia non è Roma”. Il nostro viaggio è cominciato con queste confortanti indicazioni telefoniche di Pierfrancesco Citriniti, in arte QuellodiTermoli, regista e video-maker del noto (ex)programma di Rai 3 Gazebo.

Si è concluso al Bar Hobbit di Delia. “Non scherziamo, il Campo Roja dista quattro chilometri e mezzo dalla parrocchia”, ci spiega venti minuti prima della nostra (ri)partenza verso casa. Poi, rincara la dose: “per raggiungerlo, bisogna camminare sul cordolo di una strada in cui le macchine sfrecciano ad alta velocità. Spostare lì donne e bambini – come da programma – sarebbe consegnare loro un certificato di morte. Specie in inverno”.

Abbiamo girovagato in lungo e in largo. Ma il Campo Roja è rimasto un dilemma irrisolto della nostra ‘tre giorni’ ligure. Epilogo metaforico di ciò che spesso accade in questa terra di confine. La Francia stallà, la vedi, a volte ti sembra di poterla anche toccare. Eppure, arrivarci è un’impresa preclusa ai più: treni controllati assiduamente da agenti in borghese, frontiere e percorsi alternativi sorvegliati da pattuglie della Gendarmerie, sentieri labirintici fatti di bivi, burroni e montagne da scalare.

Del resto, Ventimiglia è un grande errore di prospettiva. Ci viene spesso raccontata dai mezzi d’informazione. Per questo, la percepiamo come un’isola che non c’è. E più ce ne parlano, più sia allontana. Così, finiamo per credere che sia un’entità astratta, che non ci riguarda. Invece, questo lembo di costa è più vicino di quanto non si possa immaginare. Certo, non è Roma, ma è grande abbastanza per ospitare, nelle sue vie e nei suoi rioni, molti dei mali che attanagliano il nostro tempo. E, prestando la dovuta attenzione, lo si può addirittura vedere. Senza dubbio, i più miopi dovranno sforzare le pupille. Chi non ci crede, può provare. Ma non ce fretta. Ventimiglia aspetta tutti: duecento metri e stallà.

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