Ciad, il gendarme europeo

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Dove – A Sud della Libia, in una delle aree più povere del pianeta, il Ciad sta a guardia del famigerato flusso di migranti come se non fosse quello che è, uno dei paesi meno sviluppati al mondo. Il Ciad è certamente stato un’ ”isola”, seppur geograficamente al centro dell’Africa Subsahariana: solitario, separato dal mondo esterno e dai commerci internazionali da quell’insuperabile mare di sabbia rovente che è il Sahara. Oggi, forse suo malgrado, si trova invece nell’occhio del ciclone migratorio, costretto a sobbarcarsi un ruolo impensabile fino a qualche anno fa, quello di mastino, di Cerbero degli stati nazione europei a corto di soluzioni credibili per il problema migratorio.

Economia – L’economia di N’Djamena sta slittando sempre più verso la centralità dell’estrazione petrolifera, che ha fatto salire il PIL a ritmi vertiginosi nei primi anni 2000, ritmo che ha però subito una battuta d’arresto nel 2005. Con crescite del 9%, si trova tra gli ultimi posti nelle varie classifiche internazionali per competitività imprenditoriale (148° su 148 per il Word Economic Forum), a causa della terribile corruzione aggravata dall’estrazione di greggio, da sempre flagello per gli stati africani. L’agricoltura è poco sviluppata, il cotone è la coltivazione più diffusa, che dà lavoro ad un milione di ciadiani. La Cina è il principale partner commerciale africano e ciadiano; nel 2009 finalmente il grande sorpasso ai danni di USA ed Europa per volume di scambi con il continente, attualmente oltre i 220 miliardi. In cambio di manodopera e materie prime, il colosso asiatico fornisce conoscenze tecniche, infrastrutture e modernizza i vari settori economici dei suoi partner, investendo piogge di miliardi. Proponendosi come alternativa allo sfruttamento coloniale, Pechino si mostra come il “padrone buono” che non si immischia con gli affari interni degli stati africani, interessato solo allo scambio commerciale (diseguale?).

Geografia e demografia – Il paese è abitato da più di 200 gruppi etnici e vede una costante crescita demografica da più di 50 anni. I 12 milioni di cittadini sono distribuiti in maniera molto diseguale:  a nord, la regione più aspra e inospitale, è diffusa a macchia di leopardo una componente in condizioni di nomadismo e povertà; a est sono presenti diversi gruppi etnici di influenza araba, legati a Sudan e Egitto; il centro Sud, nei pressi del lago Ciad, è largamente abitato dai Sara, di religione cristiano/animista. La distribuzione della popolazione riflette la geografia, inospitale ovunque tranne che nella parte meridionale, dove le pianure tropicali non forniscono tuttavia un vero e proprio spazio coltivabile. Il lago Ciad è un drammatico esempio della desertificazione e dell’avanzamento del Sahara, posto tra ben quattro stati, Ciad, Nigeria, Niger e Camerun, ormai è ridotto a quasi il 10% della sua originale estensione. Il suo valore strategico fu sopravvalutato dai colonizzatori francesi, che contribuirono a enfatizzarne il suo mito geopolitico; rimane al più un’importante fonte d’acqua e una modesta fonte di cibo per gli abitanti che si affacciano su di esso, testimonianza tragica dell’incapacità di cooperazione degli stati africani.

Geopolitica – Studiosi come Ballarini e Zordan collocano tuttavia il Ciad tra gli stati africani che possiedono un’effettiva area d’influenza regionale, assieme a Etiopia (Est), Nigeria (Ovest), Sudafrica (Sud), Uganda e Ruanda (regione dei Grandi Laghi); soprannominato “il Gendarme”, N’Djamena è in effetti dotato di notevoli riserve di petrolio e di un presidente spregiudicato e abile, Idriss Déby, in carica da 27 anni. L’esercito è efficiente  e potente, per gli standard africani, e si erge a baluardo dell’avanzata di Boko Haram, difendendo anche Camerun e Niger dall’avanzata del gruppo terroristico affiliato all’Is. Strumento geopolitico parigino, tassello vitale della “Francafrique” il Ciad supporta regolarmente la Francia fornendo basi logistiche e truppe scelte: nel gennaio 2013, quando Al-Qāʿida avanzava impetuosamente nel nord del Mali, Déby supportò l’esercito francese, e così fece nella Repubblica Centrafricana e nella crisi del Sud Sudan. L’immagine internazionale che il Ciad trasmette vale più di mille realtà di miseria e di povertà endemica:  stabilità. Nel 2006, a seguito di elezioni irregolari che avrebbero confermato Déby come presidente per l’ennesima volta, ci fu una rivolta, repressa con l’aiuto dei soldati francesi ancora in nome della “stabilità”. L’unico attore veramente stabile nella regione è un naturale interlocutore internazionale per la lotta al terrorismo e come guardia dei cancelli del Sahara: la rinnovata partnership franco-ciadiana rappresenta una novità per la politica estera francese in Africa, più improntata su un certo realismo, che su un incondizionato rispetto dei diritti umani.

Politica e migrazioni – Agosto 2017 è stato un mese vitale per la crisi dei migranti e ha visto i vari capi di stato interessati assumere chiare posizioni (almeno nelle intenzioni) di realismo politico: all’Eliseo si è svolto un vertice tra Francia, Germania, Italia e Spagna, allargato ai leader di Libia, Niger e Ciad. Interessante notare come i tre stati “gendarme”, guardiani dei cancelli del Sahara, e quindi dell’Europa, siano tre ex-colonie francesi, dove la Francia ha di certo un peso geopolitico e un’influenza di primaria importanza: Mali, Niger e Ciad. Tra i tre, il Ciad è quello meno attraversato dai flussi, ma paradossalmente, grazie alla scaltrezza del presidente Idriss Déby e all’immagine di stato africano forte e affidabile, ha preso parte al vertice da assoluto protagonista. Il presidente francese ha esposto un piano abbastanza realistico, prevedendo “la possibilità di organizzare un rientro nei Paesi di origine”, con l’obiettivo (raggiunto) di “attuare azioni concrete a monte, nei due grandi paesi di transito e cioè Niger e Ciad” e ricordando “l’impegno profondo” di questi due Paesi per “la lotta al traffico di esseri umani”. Il piano d’azione prevede “un’identificazione nei Paesi di transito” attraverso “una cooperazione con i Paesi africani con una presenza anche militare sul campo”, ha aggiunto Macron.

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