Corto viaggio sentimentale – Prima parte

in Romanzo Capitale di

Il salotto di Bruno Vespa le aveva sempre causato delle irritazioni cutanee. Delle strane bolle, minuscole e fastidiose. Ma Beppe Grillo aveva detto che i dermatologi erano solo degli estetisti laureati e allora Virginia aveva escluso di andare a chiedere un consulto dalla sua vecchia amica di liceo, che peraltro simpatizzava anche per Renzi.
Così, adesso, era seduta su quella candida poltrona, una poltrona che prima delle sue aveva sostenuto chiappe ben più pesanti, tra cui quelle di Giuliano Ferrara. Virginia ebbe un conato di vomito. Forse era questo che non sopportava, probabilmente stava sviluppando una strana forma di disturbo ossessivo compulsivo, ma non poteva andare neanche da uno psichiatra perché si sa che gli psichiatri sono pagati da Big Pharma per rimpinzare la gente di psicofarmaci e farli andare in giro come zombie, magari proprio a votare PD.
Sospirò. Da quando aveva aderito al Movimento non poteva fare un cazzo.

Quando non era iscritta al Movimento, nei verdi anni della sua spensierata gioventù, Virginia prendeva spesso il treno per andare a trovare un’amica che studiava a Bologna, terra di comunisti e tortelli ripieni. All’epoca i comunisti non le dispiacevano, mentre i tortelli ripieni continuavano a piacerle anche adesso perché grillina sì ma cogliona no.
Quella sera di marzo, a Roma il traffico era in tilt, con i clacson spazientiti che facevano da colonna sonora alla corsa di Virginia contro il tempo per cercare di arrivare alla Stazione Termini prima che il treno partisse.
Entrò trafelata e continuò la sua corsa verso il binario 7 con il borsone a tracolla che sbatteva rumorosamente sulla gamba destra ad ogni passo. La corsa, che le sembrò infinita, terminò improvvisamente contro un ragazzo, anche lui con un borsone enorme sottobraccio. Virginia cadde rovinosamente a terra, ma lui non si fermò e si limitò a gridare “Scusami, ma perdo il trenooo!”.
Virginia si rialzò e mormorò affranta: “Eh, anche io.”
Lui stava per salire sul treno, aveva già il piede sulla scaletta, quando vide Virginia zoppicare sulla banchina. Fece cenno al capotreno di aspettare un minuto, lanciò il borsone sul treno e raggiunse la ragazza che aveva travolto qualche istante prima.
“Mi dispiace, non l’ho fatto apposta.”, le disse prendendo il borsone. “Dai, tieniti a me.”, aggiunse porgendole il braccio.
A piccoli passi raggiunsero il vagone, lui la aiutò a salire.
Si sedettero insieme nello scompartimento, uno di fronte all’altra.
“Ti fa male?”, domandò lui indicando il ginocchio su cui Virginia aveva la mano.
“No.”, finse lei stringendo i denti, sentendo il ginocchio pulsare sotto il palmo della mano.
“Menomale, pensavo di averti distrutto la carriera agonistica.”
“Non ho nessuna carriera agonistica.”
“Allora puoi smetterla di tenermi il muso.”, disse lui, alzando le sopracciglia.
Virginia sorrise, poi guardò fuori dal finestrino la stazione e le sue luci che si allontanavano.
“Dove scendi?”
“A Bologna.”, rispose Virginia continuando a guardare il finestrino che ora rifletteva la sua immagine illuminata dalle asettiche luci dello scompartimento. Spostò leggermente lo sguardo e vide che il ragazzo la stava fissando, così si voltò verso di lui. “E tu dove scendi?”
“Io non lo so se scendo.”, rispose lui.
“Che vuol dire?”
“Non ha molto senso scendere dai treni, significa che è finito il viaggio.”
“Non ti capisco.”
“Arrivare a destinazione è una cosa triste. E’ molto più bello attendere di arrivare.”
“Una riflessione molto leopardiana e poco originale.”, sorrise lei beffarda.
“Non volevo essere originale.”, disse lui un po’ rabbuiato.
Virginia avvertì la delusione del ragazzo. “Sono la solita antipatica, scusami.”
“Non posso confermare che tu lo sia solitamente, ma in questo caso sì, sei stata abbastanza antipatica.”
“È solo che non mi piacciono i filosofi, trovo i loro ragionamenti piuttosto vani.”
“Dicendolo ad uno che studia filosofia non migliori la tua posizione.”
“Facciamo così: smetto di parlare, così smetto di offenderti.”
Dopo qualche minuto di silezio teso, parlò il ragazzo. “Senti, hai ragione. Ho detto una cosa patetica. Infatti fare il filosofo non mi riesce proprio benissimo. Comunque sono ****.”, fece il ragazzo tendendole la mano.
“Virginia.”
Mentre gli stringeva la mano, Virginia si soffermò su un dettaglio: nascosta sotto l’aletta che chiudeva il taschino del giubotto di jeans del ragazzo c’era una spilla. Del PDS.
“Ah, sei del PDS?”, domandò.
“Sì”, disse lui arrossendo e toccando la spilletta. “In realtà sto andando al congresso del partito, quindi scenderò dal treno.”
“È una cosa molto triste.”
“Il congresso del PDS? Sì, for-”
“Scendere dal treno.”
“Ah, già.”, rise lui.
Le ore trascorsero tra sanguinose partite ad Uno, musicassette ascoltate dividendo gli auricolari, discorsi su Will Hunting e sui film che avevano visto quell’anno. Mentre spalla a spalla ascoltavano i New Radicals, lui si voltò a guardarla. “Secondo te, il fatto che faccia politica mi definisce come uno sfigato?”
Virginia si tolse l’auricolare e aggrottò la fronte. “Ma che dici? Perché?”
“Non so… Niente, lascia stare, ogni tanto mi vengono i dubbi.”
“Io non farò mai politica.”, disse lei lapidaria. “Ma solo perché non mi interessa, tutto qui.”
Quando arrivarono a Bologna era mattina. Lei si era addormentata con la testa sulla spalla del ragazzo, dopo ore di chiacchiere stremanti. “Siamo arrivati, Virginia.”, le disse a bassa voce lui.
Non dissero una parola; scesero dal treno, lui la aiutò con il borsone e poi rimasero a guardarsi in silenzio, aspettando che uno dei due dicesse qualcosa. “Ok.”, “Allora…”, dissero contemporaneamente.
“Allora ciao.”, disse lui.
“Io… Io probabilmente sto per dire una stronzata ma… ma la dico lo stesso. Non ti sei ancora allontanato di un centimetro e già mi manchi.”
“Allora la dico anche io cosa: se qualcuno mi facesse scegliere subito tra non rivederti mai più e sposarti, ti sposerei. E forse questa è una grandissima stronzata romantica, ma c’è gente che si è sposata per molto meno. No?”
Virginia sorrise, anche se dagli occhi sorridenti scendevano delle lacrime. Lo abbracciò. “Mi dispiace di averti frantumato un ginocchio, Virginia.”, le sussurrò lui allo’orecchio, prima di baciarla. Quando le loro labbra si separarono, la banchina si era svuotata. Non dissero nient’altro. Si allontanarono senza guardarsi indietro.

Adesso, seduta su quella bianca poltrona nello studio di Porta a Porta, Virginia guardava ****, deputato del PD, rigido nel suo completo grigio che gli calzava perfettamente. Ne aveva fatta di strada, da quel congresso del PDS. Era bello come allora, come quella notte in treno, come quella mattina al binario 3 della Stazione Centrale.
“Ma dove sono le vostre competenze, dottoressa Raggi?”, le domandò il deputato del PD riportandola al presente.
“E le vostre?”, rispose lei.
“Le elezioni le avete vinte voi, quindi siete voi che dovete mostrare…”
La voce dell’uomo si perse nello studio, sempre più lontana e meno nitida. Come la sua sagoma, da ragazzo, quella mattina, sul binario 3.

Leggi qui la seconda parte.

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