Corto viaggio sentimentale – Seconda parte

in Romanzo Capitale di

Leggi qui la prima parte del racconto.

Non si rese conto di come fosse arrivata fin lì. Le luci giallastre dei lampioni rendevano Campo de’ Fiori un paesaggio marziano, i sampietrini sembravano terra rossa. Virginia guardò l’orologio: erano le quattro del mattino, aveva camminato per ore. Alzò lo sguardo al cielo, nero. L’alto le restituì solo il volto severo della statua di Giordano Bruno. Tirò un respiro. L’aria di quella sera autunnale le sembrò vuota, come se mancasse l’atmosfera e Roma fosse stata messa sotto una bolla di cristallo, come in quelle palle di neve che qualcuno colleziona. Solo che mancava la neve. O forse c’era, ma in un’altra forma, meno materiale e più sensoriale; la neve era il freddo della solitudine.
Virginia si sedette ai piedi della statua, cercò il telefono nella borsa ma mentre frugava una voce maschile si rivolse a lei: “Non hai sonno, stanotte, Virginia? No, non voltarti”, la interruppe la voce, “facciamo come nei film, spalla contro spalla, due ombre nelle tenui luci della Capitale.”
“Chi sei?”, chiese Virginia.
“Come sei formale, che importa chi sono?”
“Tu sai chi sono io quindi gradirei sapere con chi mi sto interfacciando.”
“Interfacciando, dio che parola orrenda. Un tempo sapevi parlare.”
Virginia strinse i denti, come a sfogare la rabbia sulle sue arcate dentarie.
“È tardi, sono stanca. Lasciami stare.”
“Ultimamente penso molto a questa città.”, riprese chi parlava dall’altro lato della statua. “Roma è straordinaria. Non solo perché è la capitale o perché è la città più ricca di storia che esista o perché è il fulcro della vita politica. No, quelli sono aspetti secondari. Roma è straordinaria perché a Campo de’ Fiori, una notte qualunque di ottobre, puoi trovare qualcuno con cui parlare. Credi che succeda nella altre città?”
“Non lo so. Non mi è mai capitato di trovarmi alle quattro del mattino a vagare per una città che non fosse la mia.”
“E poi sa cos’altro c’è? Che Roma, in fondo, non è solo dei romani. È di tutti. È la casa di tutti. Non credi?”
“S-sì, beh… Sì, probabilmente è così.”
“Tu sei il sindaco di tutti, Virginia. Dei grillini, di quelli del PD, di Rifondazione, di Fratelli d’Italia, di quelli che ti hanno votata, di quelli che non l’hanno fatto, di quelli che non votano mai, di quelli a cui non interessa niente e di quelli a cui interessa tutto, se hai tappato una buca o se il 27 barrato non passa mai. E poi sei il sindaco di quelli che a Roma ci vengono solo di passaggio, di quelli che non sono mai venuti e di quelli che non verranno mai. Roma è di tutti.”
Virginia sospirò, a testa bassa. “Tu non lo sai cosa significa governare una città come questa. Tutti gli occhi addosso, nessuno ti perdona niente.”
“Che cosa dovremmo perdonarti?”, chiese l’uomo alzandosi dal gradone alle spalle di Giordano Bruno.
“Ho fatto degli errori… di valutazione.”
“Solo questo?”
“Non ho sempre detto la verità.”
“A chi?”
“A tutti, ai cittadini.”
“E a te? A te stessa dici la verità?”
Virginia si voltò alzando lo sguardo. L’uomo stava in piedi accanto a lei, cercava di accendere una sigaretta. “Hai un accendino?”, le chiese, quando si accorse che il suo non aveva intenzione di accendersi. “No.”, rispose lei.
“Non fa niente, tanto fumare neanche mi piace.”, disse lui rimettendosi la sigaretta in tasca. Sorrise leggermente, ma il volto era ancora solo un’ombra scura e Virginia non se ne accorse.
“Ero così felice quando ho iniziato.”, disse lei.
“Me lo ricordo.”
“Ora mi sembra che sia passata una vita intera.”
“Già.”
“Mi contestano un falso ideologico.”
“Un bel problema.”
“Confidiamo nella Magistratura, dicono. Cazzate. Non si sono mai fidati della Magistratura. Per loro sono colpevole.”
“Per loro chi?”
“Per tutti.”
L’uomo uscì dal cono d’ombra e le si sedette accanto. “Ti ricordi quando mi dicesti che la politica non ti interessava?”
“****, sei tu.”, lo riconobbe Virginia.
“Perché hai cambiato idea?”, continuò lui guardando davanti a sé.
Virginia non rispose. Fissò ****. “Non ti sei voltato, quella mattina sul binario 3, vero? Perché io non l’ho fatto. Non sopporterei di essere stata l’unica a non volt-”
“Non mi sono voltato neanche io.”
Alzarono la testa contemporaneamente. Giordano Bruno era sempre lì, con lo sguardo serio di chi crede in quello che dice e ne sopporta le conseguenze.
“La verità è che siamo troppo bravi a dire cazzate, Virginia. Io che sono del PD e tu che sei del M5S, siamo uguali. E nonostante questo”, guardò l’orologio, “tra un paio d’ore saremo di nuovo in televisione a farci la guerra.”
Virginia scosse la testa, ma era un gesto puramente automatico, una sorta di riflesso condizionato per disapprovare in ogni caso quello che diceva un rivale politico.
“Una volta in un film ho visto un gioco: immagina di telefonarti fra trent’anni, cosa ti diresti?”, disse ****.
“Volevi cambiare tutto, Virginia. E invece sei cambiata tu. Ecco cosa mi direi.”
**** la abbracciò, avvicinandola a sé. Virginia appoggiò la testa sulle sue spalle. “Andrà peggio e poi meglio e poi di nuovo peggio. E poi finirà.”, disse **** con la voce che si perdeva nel silenzio della piazza. “Smetterai i panni di chi deve tenere le redini a questo cavallo imbizzarrito che è Roma e tornerai a fare la guerra al prossimo sindaco. Funziona così, la politica, quella cosa con cui non volevi avere niente a che fare. Prima facevi la morale tu e ora subisci la morale degli altri.”
Ma Virginia non lo ascoltava più. Era tornata con la mente a quella notte in treno, tanti anni fa; a quel binario tre e al loro primo ed ultimo addio. Chiuse gli occhi. Quando li riaprì, nessuno la stava abbracciando. Era sola. Alzò lo sguardo, il cielo si stava schiarendo, la mattina stava arrivando. In alto, sempre Giordano Bruno. Non era severità, quella del suo volto. Forse era solo pietà.

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