Il Dvce torna in curva: cronaca nera e ‘Internazionale’ del tifo

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Banda Thèvenot, Über Alles Cani sciolti, Drughi. Nomi intimidatori, ripescati dagli arsenali della Grande Guerra, dalla discussa prima strofa del Lied der Deutschen (ne fece uso ampio e distorto la propaganda nazista) o, più ‘artisticamente’, da pietre miliari del rap italiano e della filmografia griffata Stanley Kubrik. Esche allettanti per qualsiasi adolescente in preda a fisiologici turbamenti ormonali. In una società sempre più criptica, la ‘curva’ offre ad ogni ragazzino in potenziale crisi d’identità un illusorio ‘porto sicuro’ in cui trovare ciò di cui necessita: una comunità in cui sentirsi rappresentato, intoccabile e potente. Prepotente, meglio.

Pasolini lo definiva “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, un “rito nel fondo” – seppur puramente ‘evasivo’ – capace di sostituire e surclassare, una ad una, tutte le grandi cerimonie di massa cadute in declino sul finire del Novecento: messa, teatro, cinema, militanza di partito. Il pallone è, ad oggi, uno dei pochi strumenti in grado di entrare in maniera regolare e capillare nei salotti di tutto il globo. Un business capace di intercettare audience di tale rilevanza non poteva, dunque, sfuggire alle grinfie del più cinico mondo della politica.

La relazione è consolidata da tempo. Almeno dal 13 maggio 1990, giorno in cui lo stadio Maksimir di Zagabria divenne teatro di accesi scontri tra i Bad Blue Boys – ultrà locali della Dinamo – e i Delije, sostenitori della Stella Rossa di Belgrado capeggiati da tale Željko Ražnatović, poi noto ai posteri col nome di battaglia: ‘Arkan’. Questo avvenimento, apparentemente insignificante, è considerato da molti storici come il preambolo della Guerra d’indipendenza croata che, tra il ’91 e il ’95, ha insanguinato i Balcani. Seppur difficilmente eguagliabile in termini di gravità, si tratta di uno dei tanti casi in cui le rivalità calcistiche vengono investite da tensioni nazionalistiche (o politiche, in generale). L’ideologia gioca, infatti, un ruolo fondamentale nel ‘giustificare’ eventuali bravate – o addirittura crimini – commessi sulle gradinate. Del calcio si sproloquia oltremodo. Non possiamo dire lo stesso dei mali corollari che lo avvelenano. Il tifo organizzato sta silenziosamente compiendo il suo progressivo ‘salto di qualità’, debordando regolarmente nelle pagine di giornale solitamente dedicate alla cronaca. Non solo su scala nazionale.

Cronaca nera. Premessa: capita che membri influenti delle tifoserie italiane militino in partiti e movimenti politici. Anche in questo senso, la galassia di destra è decisamente meglio strutturata: “i gruppi sono noti”, dice Rita Rapisardi (Espresso), che cita “Forza Nuova, Casa Pound, Skinheads, ma anche Lega Nord”.

I nomi e i cognomi dei ‘pezzi da novanta’ sono reperibili negli archivi delle procure dello Stivale. È il caso del leader dei Padroni di casa – manipolo di supporters neofascisti della Roma legati a Casa Pound – Gianluca Iannone, apparso nelle intercettazioni di Mafia Capitale. Sempre in ambiente giallorosso, secondo gli inquirenti, anche il gruppo neonazista Opposta Fazione avrebbe avuto rapporti con Carminati. La Sud capitolina vanta una tradizione ben radicata in materia: celebre l’episodio che, nel 2003, coinvolse Paolo Zappavigna – capo del gruppo Boys – che assicurò 1000 voti provenienti dalla curva romanista ad Alessandra Mussolini, appena fuoriuscita da AN, in caso di fondazione di un nuovo partito.

Più recente, ma altrettanto significativo, l’omicidio – datato luglio 2016 – di Emmanuel Chidi Namdi, migrante nigeriano reo di aver difeso la moglie dagli insulti razzisti di Amedeo Mancini, ultras fascista della Fermana. I colleghi della Curva Duomo hanno definito Mancini “uno di loro”, prendendo però le distanze dall’accaduto e dichiarando la tifoseria del capoluogo marchigiano “apolitica”, nonostante le generali tendenze destroidi.

Ormai quattro anni fa, una singolare coalizione di tifosi del Toro e della Juve sostenne materialmente le proteste organizzate all’ombra della Mole dal Movimento dei forconi (formalmente apartitico, ma con all’interno esponenti di Forza Nuova). Gli scontri, avvenuti durante il corteo, provocarono 39 denunce. In circostanze come queste, “gli ultras portano in dote il loro know-how: sanno come ci si scontra con la polizia, hanno affinato le tecniche”, si leggeva in un’inchiesta pubblicata in merito da Repubblica.

‘Internazionale’ del tifo. Non stiamo parlando dell’Ambrosiana nerazzurra. E nemmeno del Komintern. Il termine è stato riciclato per indicare la rete di alleanze intessuta dalle tifoserie più ‘estreme’ del Vecchio Continente. Per uno strano scherzo del destino, il fenomeno ha fagocitato molte più curve nere che rosse.

L’Italia è considerata il crocevia in cui convergono i ‘professionisti dello scontro’ che spaventano il calcio europeo: i gemellaggi tra tifoserie “hanno subito una mutazione genetica”, assumendo “un connotato criminale” (Repubblica). L’impunità dei reati commessi all’estero è garantita dal fatto che le misure di prevenzione applicate nei vari Stati – tipo il Daspo italiano – non valgono fuori dai confini nazionali.

Spesso e volentieri, le alleanze esulano dalle logiche della diplomazia o dei risultati del campo. Così, il mercoledì di coppa, si possono trovare ambasciatori degli Irriducibili catanesi – da anni relegati nei bassifondi della Serie C – nella curva del plurititolato Borussia Dortmund. È andata peggio ai tifosi del Monza, legati allo Sporting Gijon (serie B spagnola). O alle Brigate Predappio e ai Viking del Cesena, gemellati col Peterborough United (terza serie inglese).

I tifosi laziali spiccano per l’abilità nell’intessere relazioni internazionali su vasta scala, anche con gruppi estremisti ritenuti pericolosi (talvolta – come nel caso di Chelsea e West Ham – in condivisione con l’Hellas): rilevanti i rapporti con gli Ultras Sur del Real Madrid (squadra del regime franchista durante la dittatura), i polacchi del Wisla Cracovia e gli ungheresi del Levski Sofia. Ma la lista è kilometrica. Pericoloso anche l’asse che lega il Milan ai violenti Grobarj del Partizan Belgrado. Non è da meno la rete juventina, che intercetta i ‘colleghi’ del Legia Varsavia e del Den Haag (olandesi, dichiaratamente antisemiti e acerrimi rivali dell’Ajax, tifoseria di forte matrice ebraica).

Il fenomeno è radicato ed esteso. Sarebbe un grave errore sottovalutare gli eloquenti segnali che ci comunica l’arma di distrazione di massa che è il calcio. Non sempre il ventunesimo secolo riesce ad offrire ai giovani dei ‘guru’ in cui identificarsi moralmente. Inoltre, i valori e le ‘tappe obbligate’ che scandivano con certezza la vita delle precedenti generazioni – ricerca del posto fisso e costruzione del nido familiare in primis – risultano ormai obsoleti. Per questo è necessario costruirsi sicurezze tangenziali. Le ‘curve’ possono attrarre nuovi adepti attingendo da un bacino di utenti potenzialmente illimitato. Così, quando avremo quarant’anni, orde di uomini ora giovani potrebbero crescere indottrinati alla nostalgia del Ventennio, svezzati in contesti che – teoricamente – dovrebbero essere solo vagamente corollari all’ideologia politica. E questo – con buona pace di Marinetti e del suo Manifesto – è ciò che i nostri padri costituenti proprio non desideravano.

 

 

 

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