Il Dvce torna in curva: il resoconto

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Rimpallarsi fotomontaggi di Anna Frank vestita con la maglia della squadra nemica (non più avversaria). La nuova frontiera dell’odio (non più rivalità) tra frange estremiste del calcio capitolino – e non solo – prevede anche questo. Utilizzare l’aggettivo ‘ebreo’ per schernire l’altro è ormai abitudine consolidata, dentro e fuori gli ambienti di curva. Evidentemente, però, da un po’ di tempo non si deve più rispetto nemmeno ad una bambina uccisa brutalmente nei campi di sterminio.

Le recenti vicende di cronaca consegnano ai posteri tanto materiale su cui riflettere, almeno si spera. A parte il gesto abominevole, preme sottolineare che tra gli ‘esecutori materiali’ dei volantini si annoverano minorenni: nuove leve svezzate da ambienti nostalgici dei nazifascismi. In tutto ciò, fanno discutere, a fronte della gravità della situazione, le goffe campagne di sensibilizzazione organizzate in zona Cesarini dalla Lega Italiana e dal presidente laziale Claudio Lotito. Così come la decisione degli ultrà dell’Ascoli di disertare, nel prepartita, il momento di cordoglio dedicato alla lettura di estratti del ‘Diario’ della bambina olandese (misura prevista su tutti i campi professionistici dello Stivale). Non è andata meglio in altri stadi: gli ‘Irriducibili’ – ultrà della Lazio – non si sono presentati a Bologna. A detta loro per non alimentare il “teatro mediatico” costruito ai loro danni. O, come sostengono le malelingue, per non essere ospitati da una curva intitolata ad Arpad Weisz, storico allenatore rossoblù, anch’egli vittima dell’Olocausto. Nonostante ciò, non mancano notizie di tifosi biancocelesti a braccio teso canticchiando ‘Me ne frego’ prima del fischio d’inizio. Oppure di colleghi juventini che ostacolano la lettura intonando fieri l’inno di Mameli.

Per sfizio, segnaliamo che gli stessi ‘Irriducibili’ si sono recentemente resi protagonisti di un altro fatto di cronaca singolare, ma non altrettanto celebre: la diffusione di un severo dress-code da rispettare per transitare in Curva Nord. Nel ‘manifesto’ si legge: “lo stile esteriore è sempre stato lo specchio di ciò che rappresentiamo”, elemento necessario a distanziarsi “dai capelloni di Bergamo e Brescia, dalla colorita decadenza dei nostri cugini romanisti o dagli zingari di Pescara”. Tutto vero, purtroppo. Clarks, Ray-ban e bomber, le credenziali necessarie. Manco si trattasse di un “aperitivo a Ponte Milvio” (Marco Pinci, ‘Repubblica’). Misure stringenti, ma necessarie. Da troppo tempo, del resto, “nella nostra curva cominciano ad affacciarsi personaggi figli dei tempi e di un declino sempre più visibile della nostra società”.  E su questo non si riesce a dargli torto.

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