Legalize the Sud

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Ha provocato più di qualche titolo sui giornali la decisione di Matteo Salvini, con beneplacito del consiglio federale, di modificare il nome del partito da “Lega Nord” a semplicemente “Lega”.

Ciò che non ha provocato è senza dubbio stupore. Ormai da anni il cambiamento era nell’aria e questa modifica formale è stata solo la ratifica di un mutamento sostanziale già avvenuto. Un mutamento che, al contrario di quanto si possa pensare, parte da lontano e a cui Salvini ha contribuito solo nella sua fase finale.

L’abbandono della territorialità e la discesa nel campo nazionale

La prima grande fase di cambiamento fu infatti a fine anni 90, quando la Lega si collocò definitivamente e indissolubilmente a destra, intrecciando il proprio destino con Berlusconi. Evento niente affatto scontato, in quanto un vero partito territoriale non segue le logiche normali di schieramento, ma si allea con coloro che possono aiutarlo a portare a casa risultati per la compagine territoriale di riferimento.

Inoltre, astrattamente, un partito territoriale accoglie al suo interno potenzialmente tutti gli schieramenti da destra a sinistra, poiché la posizione politica prescinde dalla volontà autonomista. Non a caso, il Salvini delle origini era candidato al Parlamento della Padania (organo consultivo del partito) quale “Comunista padano”.

I motivi di tale scelta sono difficilmente identificabili. A parere di chi scrive la Lega Nord si fece fagocitare dalla matrice spiccatamente lombardo-veneta da cui nacque. Veneto e Lombardia sono regioni conservatrici da sempre e probabilmente il Carroccio divenne conservatore di riflesso, in quanto gli uomini venivano da quella cultura politica. Oltretutto la territorialità aveva anticorpi troppo deboli per poter resistere, in quanto riferita a un’entità eterea e inventata ad hoc quale è la Padania.

L’abdicazione a qualunque istanza territoriale concreta ebbe due effetti: in primo luogo il sollevamento costante dell’asticella dell’odio verso l’altro. Il focus doveva restare sul “terrone” che dilapidava a spese del povero cittadino padano. Poco importava che alla fantomatica Padania non arrivasse nulla in più di prima con la Lega al governo, bisognava ricordare che il cuore del problema restava a sud. In secondo luogo nascque la lega della doppia faccia: quella in doppiopetto a Roma che ragionava da partito nazionale e quella degli elmi vichinghi che continuava con le antiche rivendicazioni.

I voti non puzzano

Salvini si è collocato nell’alveo della destra sociale per un motivo molto semplice, quanto banale: non aveva scelta.

Con l’odio montante verso l’Europa, la crisi economica mondiale peggiore dai tempi della grande depressione e i flussi migratori, la Lega Nord non poteva che divenire destra sociale per poter coniugare istanze sociali e identitarie e così raccattare voti.

La scelta dell’Europa come nuovo nemico impose però di giocare a livello più alto, la divisione polentoni e terroni non aveva più senso perché avrebbe rischiato di assumere la dimensione di una disputa paesana.

Certo, i terroni restano terroni, ma per diventare una vera forza nazionale servono anche loro.

Salvini però non poté dirlo subito esplicitamente e il nome Nord è rimasto nel simbolo fino a oggi per evitare shock nelle roccaforti leghiste.

Ma allora perché proprio adesso il grande passo?

La Lega multilivello

Innanzitutto lo scadenziario delle elezioni nazionali ha permesso di temporeggiare: la “salvinizzazione” del partito è avvenuta nel corso di questa legislatura e c’è stato tutto il tempo di fare esperimenti e test senza esporsi prima del 2018. Salvini ha fatto abituare la gente alla nuova lega poco a poco, tanto che ora il cambio di nome non ha stupito nessuno. Ma, soprattutto, Salvini ha elaborato un modello di partito che, almeno in teoria, dovrebbe calmierare gli effetti negativi in Lombardia e Veneto della nuova svolta.

La principale paura era infatti quella di perdere il nord: non ha molto senso perdere le fortezze che ti garantiscono percentuali a due cifre, per ottenere un elettorato nazionale (fondamentalmente quello di Alleanza Nazionale) che ti porta circa gli stessi voti.

Salvini dunque ha creato un sistema di contrappesi: gli uomini-regione Zaia e Salvini continuano, in totale autonomia ma sempre all’interno della gerarchia di partito, a far proprie le istanze territoriali del nord e a garantirsi l’appoggio dell’elettorato regionale. Mentre, su un binario parallelo, la Lega abbraccia l’elettorato di Alleanza Nazionale, sperando di far cumulo diventando un partito molto più grande di quanto possa ora desiderare.

Salvini ce la farà? A parere di chi scrive no.

Innanzitutto perché i rancori provocati a sud di Roma sono troppo radicati: non bastano pochi anni di salvinizzazione per cancellare decenni di insulti. Oltretutto Salvini non è un uomo nuovo del partito, lui era il primo a offendere e a scatenare lo scontro con coloro che adesso vorrebbe tutelare. Inoltre il sistema di partito così congeniato potrebbe avere un effetto imprevisto: nulla esclude che gli uomini-regione a nord possano diventare politici di prima grandezza intenzionati a scalzare il re da trono della Padania. Già adesso più di un seducente “Zaia premier” vola da Roma a Venezia.

Senza contare i competitor che silenziosamente si stanno facendo strada, prima fra tutti Casapound: perché votare fascisti colorati di verde, se si possono votare gli originali?

Ciò che è certo è che un manganello fascista, che abbia l’effige della tartaruga o dell’aquila o il Sole delle Alpi, resta sempre pericoloso e non è detto che noi abbiamo la testa abbastanza dura per resistere.

Laureato in giurisprudenza con una grande passione per l'attualità e l'analisi politica. Consumatore vorace di film, serie tv, libri e fumetti

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