Si può davvero combattere il falso?

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Periodicamente si riaccendono le luci sull’immenso scantinato di internet, quello popolato da ignoti influencer e criminaliproduttori di notizie false. Sembra strano che nell’epoca del “tempo reale” si possano ancora confezionare bufale che, in potenza, fanno sembrare Goebbels uno youtuber che fa gameplay di Snake. Il problema non sta solo nei lettori e negli autori, ma in un sistema cinico che si nutre del numero di click e non della qualità di quei click. Gli affari sono affari, ma…

The Subway Wall è un progetto che non riceve fondi di alcun genere, ma prova a rientrare delle spese con una blanda presenza di Ads sulle sue pagine. Mettiamo per assurdo che il sottoscritto e il resto della redazione decidano che il loro obiettivo siano i soldi e non la creazione di un dibattito esteso su vari temi. Da domani potremmo metterci, con relativa semplicità, a creare fake news. È un dato di fatto che i nostri guadagni passerebbero in brevissimo tempo da zero a cifre succosamente consistenti. Inoltre, essendo un sito molto giovane e relativamente poco conosciuto, sfuggiremmo per molto tempo a qualsiasi forma di controllo da parte delle autorità e da parte del provider che ci ospita.

Purtroppo possiamo vagliare migliaia di possibili soluzioni a questo problema, ma le bufale sono un parassita che prolifera grazie alle crepe di un sistema volutamente debole. I grandi provider come Google e Facebook hanno a cuore più i creatori di notizie false che i creatori di contenuti reali.Vi faccio un esempiola nostra pagina Facebook ha raggiunto il numero di circa 600 mi piace, un nostro post (di qualsiasi genere) anche a due giorni dalla pubblicazione, non raggiungerà mai tutte quelle seicento persone. Questo per due motivi:

  1. L’algoritmo di Facebook è pensato in modo da spingere gli autori a pagare per fare in modo che il loro lavoro raggiunga anche i lettori che dovrebbero essere interessati,
  2. i social network, vivendo grazie alle pubblicità, premiano i contenuti che riescono a viaggiare meglio in gruppi e profili molto attivi quanto a commenti e condivisioni.

Dunque, da un lato il creatore di fake news risulta avvantaggiato dall’algoritmo perché un post pressoché vuoto ma con un titolo “acchiappa-like” funziona benissimo e dall’altro viene addirittura aiutato da chi dovrebbe controllarlo essendo la sua principale forma di guadagno.

I social network (e qui inserisco anche Youtube oltre a Instagram, Twitter e Facebook) non sono piazze digitali che, come nella realtà, lasciano spazio anche a venditori di fumo; sono mercati di bestiame senza controlli. Il manzo pompato di steroidi verrà comprato più facilmente di uno normalmente sano, ai proprietari del mercato non interessa. Bisogna tenere a mente questo quando si affronta l’argomento della disinformazione sul web.

Esistono testate giornalistiche meravigliose che hanno dedicato una buona parte del loro operato all’attività del debunking, ma questa operazione non serve al sistema. Sì, saranno altri click, ma non saranno mai la soluzione definitiva.

Credo poco anche nelle tanto amate proposte di “educazione alla verità”. La folla di lettori si assottiglia sempre di più e quella dei clienti si allarga. Sempre meno persone comprano i giornali, non perché non siano interessati a ciò che li circonda, ma perché gli interessa sapere e non conoscere. Di leggere il pensiero di un giornalista esperto su un dato argomento non gli interessa, “tanto sarà pagato da qualcuno per dire quelle cose lì”.

Il punto fondamentale di tutta la vicenda non è l’educazione a scoprire il falso, ma l’educazione alla “riscoperta del giornalismo”. Per assurdo, un sito senza il nome degli autori dal nome catchy come “QUELLO CHE NON TI DIRANNO MAI” o “NOTIZIE SENZA CENSURA” ispira molta più fiducia di un articolo di Damilano su L’Espresso; perchè? Perché Damilano ha un volto e un’idea chiara e quindi sicuramente sarà pagato dai poteri forti di quella fazione.

Le fake news cesseranno di esistere solo quando il giornalismo saprà ricostruire la sua dignità perduta (e, ahimè, c’è tanto lavoro da fare) e quando si cambieranno le logiche di mercato; il lettore è un cliente pensante, non solo una cifra.

Sigaretta o penna nella mia destra sono fiero del mio sognare e del mio scrivere. Sogno di cambiare il mondo, ma forse gli articoli, nel bene o nel male, me li scrive il gatto.

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