Guinea Bissau: tra narcotraffico e instabilità politica

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Situata nell’estremo versante occidentale del Continente Nero, la Guinea-Bissau è una delle nazioni più periferiche e inesplorate del pianeta. Oltre che povere: il suo PIL è, in pianta stabile, tra i peggiori venti del mondo. Microscopica per dimensioni (36.120 km²), confina a nord col Senegal, a sud-est con la ‘sorella’ Guinea e affaccia ad ovest sull’Oceano Atlantico. Le già pessime credenziali non le impediscono di essere anche uno snodo centrale del narcotraffico internazionale.

La storia, in sintesi. In passato era conosciuta come ‘Costa degli schiavi’, tappa obbligata per il commercio di manodopera africana. Dopo cinque secoli di dominio coloniale portoghese, nel 1956, la Guinea-Bissau, trainata dal PAIGC (Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde) e sorretta dagli aiuti militari di Cina e URSS, comincia la sua lotta per l’indipendenza, raggiunta nel settembre ‘73 e immediatamente riconosciuta dall’Assemblea generale dell’ONU. Il consenso dell’ex ‘Madre Patria’ arriva nel 1974, all’apice della ‘Rivoluzione dei garofani’. Per i successivi dieci anni, il Paese è governato da un Consiglio Rivoluzionario. Bisogna attendere altrettanto tempo affinché si organizzino le prime elezioni libere (1994).

Instabilità. Sin dagli albori, l’instabilità politica regna sovrana. Basti pensare che, fino ad ora, nessun Presidente eletto è riuscito a terminare il mandato. Quasi tutti sono stati ‘rovesciati’ da generali ribelli. È capitato, per esempio, a João Bernardo Vieira, eletto nel 1980 e nel 2005 e deposto rispettivamente nel 1998 e nel 2009 (la seconda volta con annessa fucilazione). In entrambi i casi, lo Stato è poi precipitato in una dolorosa guerra civile. Sorte analoga anche per gli altri due ‘uomini forti’ della breve storia della Guinea-Bissau: Kumba Ialá – eletto nel 2000 e arrestato tre anni più tardi – e Malam Bacai Sanhá, sostituto di Vieira dal 2009, scomparso prematuramente nel 2012, spalancando le porte all’ennesimo golpe militare. Negli intermezzi, una pioggia di esecutivi ad interim retti da figure non particolarmente rilevanti.

Attualità. Da tempo, gli screzi tra il Presidente in carica José Mário Vaz (eletto nel 2014), l’Esecutivo e il Parlamento “ostacolano le riforme in campo economico e sociale”, denuncia Amnesty International. Pesano anche le lotte intestine al PAIGC, attuale partito di governo. La situazione si è inasprita a metà maggio 2016 con la rimozione del Primo Ministro Carlos Correia dal suo incarico, rimpiazzato da Baciro Djá, la cui nomina ha scatenato violente proteste. A novembre dello stesso anno, Djà è stato sostituito con Umaro Sissoco Embaló, che – per il momento – mantiene la carica. In sintesi, la premiership della Guinea-Bissau somiglia tanto ad un contest ad eliminazione diretta: l’unico giudice è Vaz, che sembra avere il ‘no’ facile. Sempre Amnesty critica da tempo la magistratura del Paese perché incompetente, corrotta e “incapace di rispettare le regole procedurali dei processi giudiziari”. Inoltre, definiscono “inefficace” il sistema di giustizia penale.

Bijagos. A largo delle coste nazionali si trovano le Bijagos, 88 isole classificate come ‘riserva della biosfera’ dall’UNESCO. La capitale amministrativa dell’arcipelago, nonché circoscrizione più popolata, è Babaque. Altre mete degne di nota sono Formosa e Bolama, la più prossima alla costa e, dal 1876, prima capitale dell’allora ‘Guinea portoghese’, salvo poi essere sostituita da Bissau negli anni Quaranta del Novecento poiché prosciugatasi. A differenza del territorio continentale, l’arcipelago è rimasto indipendente fino al 1936, fatta eccezione per Bolama, conquistata dagli inglesi a fine Settecento e sottratta dai ‘colleghi’ lusitani nel 1870.

‘Narco-Stato’. Col tempo, questo paradiso rischia di essere definitivamente ‘conquistato’ narcotrafficanti sudamericani, che già ora lo sfruttano come punto di appoggio prima di approdare nel Vecchio Continente. Le Bijagos sono, difatti, morfologicamente perfette per il ‘malaffare’: un agglomerato di isole, perlopiù disabitate, dotate di “piste di atterraggio per gli arei e centinaia di baie silenziose da cui salpare indisturbati con gommoni carichi di droga” (Internazionale). Per via di questa peculiare caratteristica, l’ONU ha etichettato la Guinea-Bissau come ‘Narco-Stato’.  I controlli della permissiva (eufemismo) marina militare della Guinea-Bissau sono puramente teorici. E, qualora si tramutassero in pratica, dovrebbero comunque scontrarsi con membri dell’esercito accondiscendenti, funzionari statali corrotti in narcodollari e cittadini facilmente raggirabili con pagamenti in natura.

Molte agenzie turistiche sono concordi nel definire le Bijagos una sorta di oasi di pace e bellezza. Ed è probabile che i narcos latinoamericani non abbiano nulla da obiettare in merito. Senza voler offendere nessuno, però, è giusto mettere agli atti che, vista da fuori, la Guinea Bissau e il suo meraviglioso arcipelago somigliano tanto ad una “fortezza impenetrabile” in cui nessuno ha reale voglia di entrare. Ma, forse, a molti vada bene così.

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