Peppina, la razza bianca

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Sgomento generalizzato tra i pesci dell’Acquario Civico di Milano!

Peppina, il rarissimo esemplare di “Razza Chiodata” (Raja clavata) completamente albina stava sonnecchiando in un anfratto della sua lussuosa vasca. I suoi compagni di acquario, tutte razze multicolori, nel frattempo nuotavano pigramente chiacchierando sulla cena che sarebbe presto piovuta dall’alto. D’un tratto, nel museo deserto, gracchiarono dagli altoparlanti della radio per i dipendenti, delle agghiaccianti e oscure parole pronunciate da un candidato della Lega Nord:

“Di fronte a queste affermazioni dobbiamo ribellarci, non possiamo accettarle, perché qui non è questione di essere xenofobi o razzisti, ma logici e razionali: non possiamo perché tutti non ci stiamo, quindi dobbiamo fare delle scelte, decidere se la nostra etnia, razza bianca, società deve continuare ad esistere o deve essere cancellata, è una scelta. Se la maggioranza degli italiani dovesse dire noi vogliamo autoeliminarci vorrà dire che noi che non vogliamo autoeliminarci ce ne andiamo da un’altra parte”.

Per un istante che parve infinito, anche le bolle nell’acqua sembravano essersi fermate. Ogni pesce, gamberetto, squalo e foca monaca si girò lentamente e timorosamente verso la casa di Peppina. Lei intanto si era svegliata di soprassalto circondata dagli occhi vitrei e preoccupati dei suoi amici. Nessuno parlava, chi era quel Fontana, perché voleva trasferirli, perché Peppina, la razza bianca, non poteva più vivere con loro? La piccola razza tremava, e cercava disperatamente risposte negli occhi di un anziano squalo toro aldilà del corridoio.

Giovanni era stato testimonial per dieci anni del WWF Brianzolo ed era un grande esperto di razze in via d’estinzione e da proteggere. Proprio mentre finiva di spiegare ai suoi compagni che probabilmente volevano solo promuoverla a nuova mascotte dell’acquario fu interrotto dalle grida di una famiglia di sogliole. “Peppina ci ha traditi! Ci considera dei pesci inferiori e non vuole che le sporchiamo l’acqua!!!”. D’un tratto fu il delirio! L’acquario di Milano era diviso in mille fazioni, i peppiniani, peppisti, anti-peppini e tutta una serie di posizioni intermedie.

Quello che era stato fino a qualche ora prima, non esisteva più. Centinaia di specie diverse, ormai amiche in pochi ettolitri d’acqua erano ormai irrimediabilmente divise dalla difesa delle proprie pinne. Nessuno si curava più di Peppina: se lei poteva essere diversa, allora ciascuno poteva esserlo e questo bastava.

In breve tempo cominciarono a sorgere in ogni teca partiti identitari, paguri rossi contro paguri bianchi e pesci scatola contro pesci lima. I pochi visitatori non vedevano più nulla, se non chilometri di confini eretti sulle sabbie multicolori degli acquari. Ognuno era rintanato nella propria parte di anfratti.

Alla vista del pestaggio di una povera anguilla, il cuore di Peppina era ormai colmo, non poteva più sopportare quell’orrore. Prese la parola: “Amici! Abbiamo vissuto in pace per anni, ho visto scampi e stelle marine costruire delle famiglie assieme. Abbiamo mangiato ognuno il cibo dell’altro in amicizia, nuotando senza chiederci se uno venisse dal Mar Rosso o dalla Polinesia. Il mio migliore amico era una piovra, che adesso ha tra i tentacoli una miriade di cartelli che incitano alla soppressione delle seppie. Come siamo arrivati a tutto questo? Un pazzo un giorno ci ha raccontato che io ero diversa e che solo il pensiero che io vivessi con voi era un’offesa. Beh io voglio vivere con voi, l’ho sempre fatto e dovrà essere sempre così, perché quest’acqua è di tutti e non possiamo perderla perché qualcuno dice che è più mia che vostra. Dimentichiamo le parole di quel crudele essere umano, noi non siamo come loro. Noi possiamo tornare a vivere tutti sugli stessi coralli e a giocare con le stesse conchiglie.”

Finite le sue parole, dal pelo dell’acqua cominciò improvvisamente a cadere la cena e tutti uscirono dalle loro trincee e, nel forsennato turbinio di pinne, i confini sulla sabbia si cancellarono. Era tornata la pace tra i pesci dell’Acquario civico di Milano.

Così sembrava almeno; aragoste e saraghi avevano ricominciato a vivere insieme, ma le parole di quell’umano, così poco umano, avrebbero lasciato per sempre il dubbio, nelle menti dei pesci più tristi e frustrati che le parole di Peppina fossero solo una grande bugia per cancellarli dal mare.

Sigaretta o penna nella mia destra sono fiero del mio sognare e del mio scrivere. Sogno di cambiare il mondo, ma forse gli articoli, nel bene o nel male, me li scrive il gatto.

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