La nostalgia non è un programma di Carlo Conti

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Qualche giorno fa leggevo un racconto di Henry Miller che dovrebbe diventare il manifesto della nostalgia.

Nostalgia è una parola di origine artificialmente greca che significa letteralmente dolore del ritorno: dico artificialmente perché di fatto il termine fu coniato nel 1600, utilizzando il greco antico, per indicare il sentimento di sofferenza che i mercenari svizzeri al servizio dell’esercito del Re Sole provavano pensando alla loro terra lontana; la connotazione della nostalgia è, pertanto, negativa, riferendosi ad un malessere psichico legato al dolore associato ad un ricordo.

Ultimamente i social pullulano di elogi della nostalgia, di ricordi di ciò che la generazione che ha vissuto gli anni ’90 guardava in tv, cantava o ascoltava alla radio: “ah che meraviglia i cartoni di Bim Bum Bam”, “ah la musica dei nostri tempi era infinitamente più bella del pop contemporaneo”, “che geni gli 883”, “il Tamagotchi era uno strumento di sublimazione virtuale della cura per gli altri” sono frasi che possono uscire durante una serata al pub con gli amici e che si leggono frequentemente sui social (forse l’ultimo virgolettato è un po’ più raro). Un recente articolo di Hamilton Santià spiega perché la nostalgia è inutile e dannosa per le nuove generazioni: sostanzialmente perché guardare indietro è quello che fanno quelli che non sanno andare avanti. Per certi versi, la sua analisi è ineccepibile: è vero che siamo la generazione più nostalgica di sempre. La nostalgia è qualcosa di terribilmente fastidioso se assume i contorni di un amarcord alla “I migliori anni” di Carlo Conti e se diventa la scusa per giustificare la nostra incapacità di guardare con fiducia o perlomeno progettualità al futuro.

Tuttavia, la nostalgia sa anche essere un sentimento incredibilmente poetico e struggente se raccontato nel modo giusto. È quello che, appunto, fa Henry Miller in uno splendido capitolo della sua autobiografia “Primavera nera”. In una manciata di pagine, lo scrittore statunitense dipinge un vivido affresco della Brooklyn che ha vissuto, sottolineando che “Per me il resto degli Stati Uniti non esiste se non come idea, o storia, o letteratura.” Chi sente nostalgia, considererà sempre i suoi ricordi come il miglior luogo, la miglior canzone, la persona migliore, la strada più bella. Se, come per Miller, la nostalgia diventa il mezzo attraverso cui scrivere qualcosa di così vivace e intenso da catapultare il lettore nella concitata atmosfera della sporca New York degli inizi del Novecento con un realismo penetrante, allora non può che essere un sentimento da tutelare e nobilitare. Anche pensando alla figura nostalgica per antonomasia, all’emblema della nostalgia, ovvero Ulisse, non possiamo non sottolineare come l’eroe greco vivesse una lotta interiore tra l’incoercibile desiderio di scoperta (il folle volo) e l’altrettanto incontrollabile voglia di tornare a casa (il nostos).

Sicuramente la nostra voglia di ascoltare la playlist anni ’00 di Spotify o di ritornare a mangiare il Winner Taco non è paragonabile al desiderio di patria di un viaggiatore o alla nostalgia di Miller per la sua New York. Non ha la stessa profondità, né la stessa motivazione. È per questo che dovremmo tornare a dare alla nostalgia il significato che merita e non relegarla ad un puro esercizio di rimpianto di cose che erano e non torneranno più o ad una mera brama di tornare indietro nel tempo, a quando eravamo esenti da responsabilità e, alle elementari, sognavamo tutti di fare gli archeologi dopo la prima lezione sui Babilonesi.

La nostalgia non può essere una risorsa palliativa al nostro sconforto. La nostalgia è molto di più. È un racconto di Miller, un verso dell’Odissea, un frammento vivido della capacità di guardare indietro solo per il tempo di ritrovare la rotta verso l’avanti.

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