Gli italiani e la politica del tifo

in Politica/Politiche 2018 di

Le elezioni si avvicinano con il loro carico di angoscia e previsioni spettrali. Torniamo a votare dopo 5 anni e, siccome non eravamo abituati ad una legislatura intera, 5 anni ci sono sembrati un’eternità. Sarà la campagna elettorale più mediatica di sempre perché, nel frattempo, un altro media è cresciuto esponenzialmente ed è l’internet dei social network. È una gara che si giocherà principalmente sulla rete e molti partiti hanno manifestato il loro timore per il pericolo fake news che potrebbero influenzare l’esito di questa tornata elettorale come già successo negli Stati Uniti, per esempio. Vivere il tempo della campagna elettorale significa anche vivere in costante combutta con il vicino di home di Facebook o il contatto di Whatsapp, perché inevitabilmente – volenti o nolenti – sentiamo il desiderio incoercibile di manifestare la nostra opinione e, nella fattispecie del periodo, la nostra opinione politica. O, meglio, il nostro tifo politico. Perché la politica, per l’italiano, è una questione di tifo o di fede.

I partiti sono squadre del cuore che scendono in campo o religioni che si fanno la guerra come durante le crociate. Se tu non sei d’accordo con me, non capisci niente, sei un cretino, un ignorante, se non sei con me sei contro di me. Così chi vota PD è contro i 5 Stelle, rei di avere scarse se non nulle competenze e di dare adito a teorie campate in aria su scienza, economia, gestione del welfare. Chi vota 5 stelle è contro il PD, il partito delle banche, della massoneria, il partito di Renzi, che ha distrutto questo paese. Chi vota Lega è contro tutti, perché hanno permesso l’invasione dello straniero che vive a spese dei cittadini italiani facendo la bella vita nei centri d’accoglienza. Chi vota centrodestra è lì beato, ad aspettare di godere dopo la disfatta dei litiganti. Tutti contro tutti, in una specie di isteria collettiva che fa emergere un dato fondamentale. Si vota con la pancia. Neanche chi si informa tramite i giusti canali, chi crede di apporre la croce in cabina elettorale con estrema consapevolezza è esonerato dal tifo. Siamo italiani e viviamo tutto con un misticismo che si avvicina molto alla ritualità del tifo sportivo. “Forza Inter/Milan/Juve/Napoli sempre”, anche nelle difficoltà, anche se siamo ultimi in classifica e rischiamo di finire in serie B, anche se i dati oggettuali dicono che quel programma elettorale non si può attuare, che è campato in aria, che è populista, che è anche un po’ razzista, noi votiamo X perché Y fa schifo. Poco importa che la politica sia qualcosa di un po’ più complesso e anche – in teoria, volendo – un po’ più alto di uno scontro tra fazioni, visto che dovrebbe perseguire il bene comune, il bene di tutti, sia di chi tifa X che di chi tifa Y e cercare di andare oltre le divisioni, unire per risolvere i problemi e far crescere il Paese. Siamo tifosi e giudichiamo le persone in base a quello che votano, ignorante lui, razzista quello, democristiano quell’altro, inconcludente quell’altro ancora, sono tutti pieni di difetti quelli che non tifano per chi tifo io.

Questo folklore politico è presente anche negli stessi politici: è dimostrato da una campagna elettorale che ormai da tempo non fa più leva su temi concreti ma sulla ricerca del difetto (vero o inventato) dell’avversario politico, proprio come quando un allenatore di una squadra di medio bassa classifica prepara la partita più sui punti deboli dell’avversario che su una sua idea di calcio, con l’esito il più delle volte in un noioso pareggio.
La politica è tifo anche perché è nel carattere degli italiani la mancanza di critica e di analisi: se non capiamo seriamente ciò che succede intorno a noi difficilmente potremo giungere a delle conclusioni oggettive e votare con cognizione di causa. Lo dimostrano i commenti entusiastici sotto i post della sindaca di Roma, che può vantare una fan base paragonabile a quella di una cantante pop o gli “avanti capitano” che seguono un pensiero social di Matteo Salvini; gli italiani seguono il cuore, sono umorali, sono guidati dalle simpatie e dalle antipatie e si conquistano rendendo umorale e di pancia ogni slogan politico. L’italiano si conquista con effetti speciali, frasi accattivanti, personaggi forti, insulti all’avversario, non con le idee.

Godiamoci quindi questa campagna elettorale priva di idee ma ricca di personaggi, senza slanci ma piena di rilanci alle frasi dell’avversario. Che vinca il migliore? Difficile se non c’è un migliore. Che vinca il meno peggio, allora. Ma vincerà il più tifato.

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