Potere al Popolo: populismo democratico?

in Politica/Politiche 2018 di

Le elezioni del 4 marzo sono vicine e il quadro politico non è troppo diverso da quello che ci ha accompagnato negli ultimi tempi; Cinque Stelle in calo, PD anche, scissioni a sinistra, accozzaglia a destra.

È in questo contesto che “dalla necessità di rappresentare i lavoratori e le lavoratrici che ogni giorno mandano avanti il Paese” nasce Potere al Popolo, la lista lanciata dal centro sociale “Jesopazzo ex-OPG occupato” di Napoli. Un progetto politico portato avanti sul territorio da varie realtà (exOPG è solo una delle tante) che hanno tradizionalmente poco a che fare con le istituzioni, tuttavia candidato alle elezioni nazionali [ammesso che raggiunga il numero di firme necessarie] per entrare in parlamento. Una forza politica con un programma radicalmente orientato a sinistra che però rifiuta etichette ideologiche e dichiara di voler “dar voce agli esclusi” prima di tutto, cioè di costruire insieme alla propria base un programma e un progetto politico e a lungo termine. Potere al Popolo sembra essere in bilico tra la tradizionale formazione di sinistra radicale erede del retaggio comunista e un movimento dai caratteri vagamente populisti, al pari di Podemos in Spagna o France Insoumise in Francia.

Per cercare di capirne di più ho parlato con alcuni militanti della “sezione” di Bologna di Potere al Popolo: questo è quanto è venuto fuori.

L’aspetto più fortemente rilevante di Potere al Popolo è la dimensione orizzontale della sua azione politica e della sua proposta. PaP vuole rivolgersi a tutti i dimenticati della crisi, le fasce della popolazione più deboli e più colpite dalle morse del neoliberismo, senza demonizzare (come ha fatto la sinistra istituzionale fino ad oggi) chi nella disperazione si è rivolto a Lega e Movimento 5 Stelle. E per riavvicinare queste persone alla politica rivendica una democratizzazione totale della vita pubblica, dal posto di lavoro (gli operai di una fabbrica devono potersi esprimere sulla gestione di questa) fino alle decisioni di importanza europea. In questa ottica si collocano il loro rifiuto del Jobs Act ( “una legge che permette al datore di lavoro di licenziare chiunque a proprio piacimento limita non solo i diritti ma anche la libertà di ognuno”), la richiesta di una legge elettorale proporzionale che non produca un parlamento “deciso da cinque capi di partito” e il rigetto per l’UE dei trattati, che distrugge la democrazia in nome dei vincoli e del “lo vuole l’Europa”.

Un altro punto fermo di PaP è la netta distanza che traccia tra sé e la politica tradizionale. Il che è di particolare interesse considerando che realtà come Rifondazione Comunista e PCI, che ricalcano il modello burocratico di partito, hanno aderito al progetto; la stessa sede di Bologna è stata messa a disposizione da un “compagno di Rifondazione”. Si propone come una forza politica nuova radicalmente contrapposta, oltre che alla destra, a quella sinistra istituzionale che va dal PD a Grasso; se D’Alema e Bersani hanno votato provvedimenti come Jobs Act e modifica dell’articolo 81 (introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione) non sono meno colpevoli di Berlusconi o Salvini.

Risulta difficile collocare PaP nella odierna contrapposizione tra populismo e partiti, perché come si è detto la formazione sembra essere in bilico i due, ma considerando alcuni aspetti di somiglianza con il M5S è innegabile una pendenza verso il primo. Oltre alla volontà di democratizzazione radicale e l’esaltazione di istituti di democrazia diretta come il referendum, i due movimenti condividono una posizione particolare sull’Europa. Potere al Popolo infatti “non è contrario all’idea di Europa, di collaborazione tra popoli europei (dall’economia all’apertura delle frontiere) ma rigetta l’Europa dei trattati, l’Unione Europa che abolisce la sovranità e la democrazia, dato che le decisioni vengono prese da organi non eletti quali la Banca Europea o la Commissione Europea”. Non traspare una volontà di richiudersi a riccio dentro alla nazione tipica dei populismi di destra, ma è chiaro che l’impianto attuale dell’Unione, che obbliga gli Stati a rispettare direttive suicide, è totalmente incompatibile con il programma e con il progetto politico di Potere al Popolo. Cambiare i trattati rispettando l’iter istituzionale europeo è impossibile (sarebbe necessaria una decisione unanime degli Stati) ma la speranza è che “l’Italia, essendo uno dei Paesi economicamente più forti dell’area, possa in qualche modo imporre la sua volontà e cambiare totalmente queste regole. Potere al popolo auspica uno strappo da parte dell’Italia, non per rigettare l’idea di Europa ma per rifiutare il suo attuale impianto”.

Dunque la proposta di un cambio dell’Unione Europea radicale e di rottura ma in qualche modo dall’interno, senza che l’”Italexit” venga presentata come soluzione a tutti i problemi. Una posizione non troppo lontana da quella dei Cinque Stelle, che raccoglie il consenso di chi percepisce l’UE come un istituzione lontana e ingiusta ma non si presta a feroci nazionalismi, rimanendo così inevitabilmente in una nube di incertezza e scarsa chiarezza.

Il rifiuto della struttura attuale dell’Europa è fondamentale sopratutto se ci soffermiamo sul programma di Potere al Popolo, che prevede un amplissimo ricorso alla spesa pubblica. La gestione del debito pubblico è oggi espropriata all’Italia come a qualsiasi Paese UE, perché la BCE controlla la moneta comune. Potere al Popolo ritiene indispensabile recuperare la sovranità monetaria; “se l’Italia avesse, come ha avuto fino agli anni Ottanta una banca che acquisti il debito pubblico, lo Stato sarebbe in grado, controllando il proprio debito, di compiere degli investimenti, come in Italia è stato fatto negli anni 60/70, durante i quali è nato il SSN, esistevano le fabbriche pubbliche e una serie di servizi che oggi ci sogniamo.”

Il punto del discorso è che “l’Italia è un Paese in avanzo primario, quindi le entrate fiscali coprono l’indebitamento al netto degli interessi; questo significa che le tasse dei cittadini, il loro lavoro, vengono usate per arricchire le banche.” Più spesa pubblica, più investimenti, più welfare; è senza dubbio questa la ricetta economica di Potere al Popolo e non è una volontà semplice da imporre in Europa.

In generale Potere al Popolo si presenta come un movimento con una base solida e capillarmente diffusa (ci sono assemblee in quasi ogni città d’Italia), con riferimenti politici e culturali di sinistra ma un’indole fortemente pragmatica, per cui il punto focale è rispondere ai bisogni quotidiani delle persone più che rovesciare il sistema e creare una società più equa (che è invece visto come obiettivo a lungo termine). Come presupposto necessario di ogni cambiamento sociale PaP chiede una restituzione totale della sovranità ai cittadini; per queste sue caratteristiche tanto varie quanto sorprendentemente ben amalgamate definirei Potere al Popolo un esempio di “populismo democratico”.

Studio Scienze Politiche a Bologna, ma sono nato nelle lande nebbiose della Lombardia. Wittgenstein e Nanni Moretti mi hanno insegnato l'importanza delle parole, perciò scrivo.

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