Il 4 marzo vota Stefano Torre!

in Politiche 2018 di

Oltre ad una consistente – e probabilmente premonitrice – vittoria del centrodestra, le amministrative di giugno 2017 ci hanno regalato la candidatura di Stefano Torre a sindaco di Piacenza. Già eletto consigliere nel 1994 con la Lega Nord, l’eccentrico 52enne amministratore della web agency locale Infonet Piacenza ha acquisito fama nazionale grazie a comizi ‘laqualunquiani’ e outfit stravaganti: immancabili il cappello conico da prestigiatore e la fascia tricolore ornata da pois bianchi. Tuttavia, dietro questa veste da clown, si nasconde un “uomo bionico” (autocit.): dall’età di 8 anni, infatti, Torre convive con la Distonia DYT11, malattia rara che porta alla progressiva perdita del controllo dei movimenti.

Abolizione della morte, prestito dell’Armata Rossa da parte dell’”amico” Vladimir Putin per rendere sicure le strade piacentine, viagra gratis per gli over-45, costruzione di un muro al confine coi comuni limitrofi di Caorso e Pontenure per proteggere la razza piacentina dall’ondata migratoria (“le mie fonti sostengono che i profughi provengano da lì”, assicurava Torre durante un dibattito organizzato dal TG regionale) e di un vulcano polifunzionale – attrazione turistica, ma anche pista da sci e centro per lo smaltimento dei rifiuti – in pieno centro urbano. Con un programma politico volutamente dissacrante, la lista civica Torre sindaco ha toccato un impronosticabile 4.28% di ‘share’ (1801 voti). “La mia candidatura è meno improbabile di altre”, dichiarava Torre prima del voto di giugno. E, visti i tempi che corrono, confutarlo è impresa ardua.

La campagna elettorale per il 4 marzo si è aperta all’insegna dei razzi. Non quelli promessi da Kim e Trump, bensì quelli metaforicamente sparati dai partiti italiani per catturare l’attenzione dell’elettorato. Per esempio, il Movimento 5 Stelle si presenta ai nastri di partenza dichiarando di voler abrogare 400 leggi al fine di snellire la burocrazia italiana: per riuscire nella titanica – e inedita – impresa, il candidato premier Di Maio si avvarrà delle proposte della rete (così, siamo tutti più tranquilli). La Lega insiste sulla cancellazione della ‘Riforma Fornero’ (140 miliardi, il buco stimato da Il Sole 24 ore), in origine “votata dall’alleata Forza Italia”, fanno notare Di Battista e soci. Dopo un iniziale beneplacito alla proposta del Carroccio, l’ex Cavaliere ha dunque preferito correggere il tiro, ripiegando sull’eliminazione del più modesto bollo-auto (il fact checking sui ‘giurin-giurello’ di Berlusconi è ormai superfluo). Sull’altro lato della barricata, un PD ancora inerme non si è spinto oltre l’abolizione del canone Rai, “che lo stesso Renzi ha inserito nelle bollette degli italiani”, tuona Salvini. Infine, Liberi e Uguali ha esordito proponendo un taglio drastico delle tasse universitarie, misura che “favorisce solo ricchi e fuori-corso”, sostiene – a ragione – Renzi: non esattamente il cavallo di battaglia che ti aspetteresti da un partito nato per essere la sinistra più pura. Per ora, difese meglio degli attacchi, insomma.

Anche il valzer delle possibili alleanze post-elettorali rasenta il non-sense. Un cartello di centrodestra incapace di accordarsi su questioni basilari – come l’aliquota da imporre alla ‘flat tax’, il premier da candidare o la strategia da mantenere in ambito europeo – fa fronte comune per portare a casa il risultato, incurante dei preziosismi, ma anche della coerenza. Dall’altro lato, una sinistra definitivamente sfaldata più per gelosie personali che per mancanza di argomenti comuni presenta due schieramenti che attingono dallo stesso elettorato: non un’idea geniale, condannano i sondaggi. Nel dubbio, gli esponenti di PD e LeU rimangono orgogliosamente sulle proprie posizioni e – presbiti – sondano alleanze post-elettorali oltre il recinto. Così, l’intellighenzia del ‘Fatto Quotidiano’ può sospettare un’insensibile (“post-ideologica”, pardon) convergenza renzusconiana ad urne chiuse. Al contempo, esponenti illustri di LeU – partito che vanta nei suoi ranghi due delle tre più altre cariche dello Stato – ammiccano ai 5 Stelle, che incentrano buona parte della loro retorica sulla lotta al tanto agognato ‘establishment’. Paradossale, vedere Grillo tornare strisciando da Bersani a chiedere i voti necessari a costruire una maggioranza (chissà se il sequel verrà trasmesso in diretta streaming). O Di Maio – l’uomo che scoprì i “taxi del mare”-  includere la ‘buonista’ Boldrini in un suo esecutivo.

Un elemento importante della campagna elettorale di Stefano Torre è stata l’abilità comunicativa. “Mi occupo di web marketing, anche politico: non sono sorpreso dell’appeal delle mie proposte“, confessava Torre. Il suo esperimento sociale rivela un altro denominatore comune dei nostri tempi: non è importante la dimensione della cazzata sparata, quanto piuttosto come si riesce ad impacchettarla. Dunque, come sostiene Sallusti, se proprio si deve credere ad un razzo, meglio scegliere quello più ambizioso. Del resto, in un’epoca di stemmi elettorali volutamente “petalosi” (cit.) o di Movimenti animalisti che valutano la possibilità di candidare quadrupedi in Parlamento (grottesco, quasi quanto trovarsi Casini nel listino PD, magari pure nella circoscrizione di Bologna), l’abolizione della morte acquisisce la stessa credibilità della cancellazione della ‘Fornero’. Il 4 marzo, tra i 98 partiti – ebbene sì – stampati sulla scheda elettorale, potrebbe a pieno titolo esserci anche una lista civica dal nome Torre premier. A quel punto, potremmo avere finalmente trovato un candidato all’altezza delle aspettative del popolo del Belpaese.    

Ps. Pur superando la soglia di sbarramento del 3%, l’”uomo bionico” non è riuscito ad entrare in Consiglio comunale. A fine corsa, ha voluto salutare fans – e detrattori – con un tweet eloquente: “Stefano Torre non è stato eletto in Consiglio Comunale: la morte esprime la sua viva e vibrante soddisfazione”. E chi riesce dargli torto, adesso.

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